Alla ricerca del tempo perduto

Gli adolescenti italiani sono pigri. A quindici anni meno di un ragazzo su due pratica attività sportiva continuativa, mentre a 18 anni fa sport solo uno su tre. La Società Italiana Pediatria incolpa di molto anche gli smartphone e altri apparecchi tecnologici, che sottraggono dalle 3 alle 4 ore al giorno. Studi svolti in alcune città italiane dicono che i ragazzi che abbandonano lo sport lo fanno per vari motivi tra cui il troppo studio, troppa fatica, o noia.

Greta non ama la fatica. Adora per contro la cioccolata. La foto, scattata la scorsa estate, è la sintesi del dovere al quale la costringo, e del piacere con il quale provo a convincerla. Abbiamo anche cominciato a fare lunghe passeggiate. Insomma la parola d’ordine è muoversi, e se spesso passi e pedalate sono accompagnate dalla domanda di quanto manchi alla fine, sono convinto che tra qualche tempo le endorfine ed il buonumore prevarranno sulla fatica. Passeggiare poi, oltre ad essere più salutare che pedalare, consentendo di bruciare una maggiore percentuale di grassi, ed evitando l’affaticamento, consente quella lentezza che penso sia propedeutica ad innamorarsi della vita. “Le prolisse passeggiate mi ispirano mille pensieri fruttuosi, mentre rinchiuso in casa avvizzirei e inaridirei miseramente. L’andare a spasso non è per me solo salutare, ma anche profittevole, non è solo bello ma anche utile. Una passeggiata mi stimola professionalmente, ma al contempo mi procura anche uno svago personale; mi consola, allieta e ristora, mi dà godimento, ma ha anche il vantaggio di spronarmi a nuove creazioni”, scriveva Robert Walser. Questo è quello che sperimento io.

Siamo stati sorpresi dalla pioggia, una pioggia lenta e sottile, brevissima. Io amo la pioggia. Il mio giorno più bello con la bicicletta è stato quello in cui la pioggia mi schiaffeggiava il viso quando mancava un’ora da casa. E uno dei giorni più tristi c’era la pioggia ad accarezzarmi. Non mi ero mai soffermato a pensare a quale ne sia la ragione.

“Papà cos’è quest’odore?”

Ai lati della strada non c’erano tamerici salmastre e arse, ma l’erba tagliata di fresco, qualche ciuffo di ginestre, e arbusti al cui nome servirebbe la penna di un botanico o d’un poeta. La pioggia è poesia. Senti l’odore del mondo, della terra, solo quando piove. E torni bambino. Ho pensato a Proust, al suo romanzo sul tempo La ricerca del tempo perduto. La ricerca del tempo perduto ruota intorno al sapore di una madeleine immersa nel tè ai fiori di tiglio. La ricerca del tempo che ho perduto io ruota intorno al profumo dell’erba svelato dalla pioggia.

Odore e sapore sono intimamente collegati, dato il collegamento tra la bocca e le cavità nasali. E’ l’odore del tè ad impressionare Proust, non il suo sapore. Basta pensare all’esperienza del caffè: senza l’odore che mi informa che mia madre si è svegliata, e che avrò un altro giorno per volerle bene il caffè avrebbe solo un gusto amaro. Allo stesso modo il sapore del tè è essenzialmente il suo odore. “Tra i cinque sensi l’odorato, o anche olfatto, è quello che ha meno legami con una visione mediata e ragionata del mondo. Mentre tutto ciò che si percepisce con il tatto o con la vista diventa materiale su cui riflettere, per analizzare la realtà circostante, le sensazioni olfattive, spesso, penetrano nella mente umana solo a livello inconscio, dove non avviene alcun tipo di analisi razionale. Tutto ciò è dovuto ai processi evolutivi a cui l’uomo è stato sottoposto, a causa dei quali la necessità di odorare l’ambiente e di fiutare i pericoli è andata col tempo sparendo, privilegiando un potenziamento maggiore degli altri sensi. Il messaggio olfattivo ha un’elevata efficacia, dato che opera su un canale di comunicazione che coinvolge emotivamente il destinatario, lavorando nelle zone più remote del suo cervello”, scrive Massimiliano Quintiliani. Il sistema olfattivo è strettamente connesso al sistema limbico, “quella parte del nostro cervello che ha giocato un ruolo cruciale per la sopravvivenza della nostra specie nel corso dell’evoluzione regolando gli istinti di fuga e di accoppiamento. La stretta connessione tra sistema olfattivo e sistema limbico spiega perché gli odori sono in grado di influenzare così a fondo i nostri impulsi primari, come la ricerca del cibo, il comportamento sessuale e le paure”. E i ricordi, aggiungo, sperando di non dire troppo: “ciò che chiamiamo realtà è un certo rapporto fra le sensazioni e i ricordi che ci circondano simultaneamente, rapporto escluso da una semplice visione cinematografica”. Proust vive l’esperienza della madeleine “tanto nel momento attuale quanto in un momento lontano […] fin a far rifluire il passato nel presente, e non sapere con certezza in quale dei due mi trovassi”. Proust è ancora Proust o è altro, “un essere che appariva soltanto quando, grazie a una di tali identità tra il presente ed il passato gli era dato stare nel solo ambiente in cui potesse vivere e godere dell’essenza delle cose, ossia al di fuori del tempo”? Proust parla del “miracolo di una analogia” come porta di accesso, se non altro, ad una diversa dimensione dell’essere.

“Verso le due del mattino sento nelle vicinanze una sirena che, in un crescendo sonoro, dà l’allarme aereo. Il sonno di mia moglie si fa inquieto. E lei si sveglia terrorizzata dopo aver fatto il seguente sogno: <<Pur captando vagamente l’allarme, “vede” il comignolo di forma bizzarra che sta sul tetto della casa di fronte e che, senza smettere di essere il comignolo, è al tempo stesso una “sirena” e un fallo eretto>>. Il racconto è tratto da “Anatomia dell’immagine” di Hans Bellmer. Bellmer spiega come “l’immagine normalmente percepita (il comignolo sul tetto) è un’unità frutto di due immagini inconsce […]: è una “terza immagine” […] dove si confondono il termine della paura, la sirena, e il termine opposto, il desiderio.” Capita lo stesso quando si raccoglie per strada una pietra: essa risponde ad una emozione fino ad allora inespressa, ha un suo linguaggio sia pure ermetico, difficile da dire, ma coerente ad una immagine-ricordo che ha preceduto la percezione della pietra. E’ qui all’opera una disposizione individuale che, provocata da una causa esterna, determina la scelta precisa dell’immagine ricordo nel casellario della memoria -la forma della pietra, il suo colore, il suo rapporto rispetto all’altro- e nello stesso tempo la scelta dell’immagine-percezione esterna e congruente, la pietra stessa, che senza quella disposizione soggettiva sarebbe sfuggita alla percezione. Il movimento si dirige dall’oggetto al soggetto e insieme dal soggetto all’oggetto. Il meccanismo della visione, solitamente nascosto dal velo di Maia, si scopre proprio alla frontiera che separa il sonno dal risveglio, per mancanza di controllo da parte dell’uomo addormentato.

Proust sbaglia dunque quando esclude la sussistenza di un rapporto tra le sensazioni e i ricordi nella visione cinematografica. Spetta in ogni caso all’intuizione “liberare le due componenti inconsce dell’immagine vista e incorporata alla memoria, dimostrarne l’identità irrazionale e trasportare le due componenti, come rappresentazione o come percezione ingannevole, alla superficie della coscienza. Il lavoro espletato dall’intuizione è quello dell’IMMAGINAZIONE”.

Ne prendo qualcuna a caso.

Quando riguardo le mie fotografie, ogni volta salvo poche eccezioni, guardo immagini che erano parte del mio subconscio, che avevo dentro, memorie che assumono vesti diverse, ma rimandano alla croce, alla gravità e all’infinito.

Rimandano ad una certa malinconia. Il ricordo ha bisogno della malinconia per avere tutto il suo profumo, per essere vivo. Non è mia madre questa signora? E quelli non sono i pantaloni di mio padre? L’altro ieri un collega mi salutava all’uscita da lavoro dicendo che usciva prima per raggiungere suo padre ricoverato in ospedale. Lo diceva con stanchezza, con la rassegnazione del dovere filiale. “Ti mancherà tuo padre…quando sarà andato via…tra cent’anni. Io ho perso il mio. Goditelo fino a che avrai tempo”. Di mio padre ricordo soprattutto il profumo della pelle. Aveva l’odore dell’erba bagnata dalla pioggia.

La gravità che dà senso al tempo, ed evita che i giorni siano la successione di momenti puntuali, senza un inizio, senza una fine, senza senso, è proprio quella degli affetti. Quando guardo le mie fotografie vedo l’immagine di un mondo tra i tanti possibili e che pure è l’unico che corrisponde al mondo che porto dentro, spesso scarrupato, ma tenace, un mondo che si aggrappa alla vita per non scomparire.

La mia camera non era diversa da questa della foto. Aveva i suoi colori che il tempo ha slavato e coperto di ferite, forse i Culture Club invece di Miguel Bosè, Bono al posto di Ramazzotti. E’ la foto di una vita che mi assomiglia, ma non mi appartiene. E’ stato emozionante scattarla. E’ stato emozionante entrare nei giorni di una vita che chissà che fine ha fatto e quale canzone ascolta oggi.

Io ascolto Every Breath You Take dei Police in questo momento, e aspetto la telefonata di Greta che mi dia la buonanotte, e penso che dovrò chiamarla io perché “ho provato a chiamarti papà, ma sapevo che non avevo credito, e perciò non ti ho chiamato”, e che “il numero di respiri che fate in vita vostra è irrilevante, quello che conta sono i momenti che il respiro ve lo tolgono”, e mi chiedo quali respiri possa togliere un mondo vissuto attraverso lo schermo di uno smartphone, e quale immaginazione possa pensare il futuro.

Comfortably numb!


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