Ombre Gialle

Ombre gialle

Wanda

La prima automobile che ho guidato era una FIAT 128 di colore giallo. Ricordo solo il suo colore intenso, quello di un limone. Forse avrò imparato a distinguere il giallo dagli altri colori guardando la figura di un limone, invece che del sole, o forse il colore di quell’auto ha modificato il suo sapore man mano che la dolcezza dell’infanzia si riempiva di grinze e rughe. L’altra cosa che ricordo è la festa. So che era festa, forse san Michele a settembre, forse prima, dai visi delle persone che provavano a fermare l’automobile, fotogrammi che scivolano via via più lenti nel finestrino lato guida, e da un pezzo della bancarella di qualche copetaro -o era una bancarella di giocattoli?-, vista dall’altezza dello sterzo, e contro la quale mi sarei schiantato se mio padre  non avesse aperto lo sportello e tirato il freno a mano. E’ l’unica festa con mio padre che ricordo. Ricordo una pizzeria buia prima di un film di Totò, e le luci del palco dal quale mio zio Riccardo urlava di voler fare il sindaco. Zio Riccardo urlava spesso ma il sindaco non l’ha mai fatto. Lucio Mastrangelo urlava meglio. Ha fatto il sindaco per quarant’anni. Io ai comizi, non comprendendo il motivo delle urla, mi addormentavo. A casa, quando mio padre urlava, c’era sempre un motivo. Prima che il mondo sparisse in un bit i padri un motivo per urlare ce l’avevano a prescindere, anche solo per la stanchezza di una giornata che iniziava all’alba e invece di finire ricominciava. Un giorno rincasando per il pranzo Gort neutralizzò con le onde sonore le mie difese e con un calcio distrusse l’astronave  che mi aveva regalato zia Nina. Avrei voluto che mia madre lo fermasse urlando ”Klaatu, Barada, Nikto!”, ma mia madre era occupata ai fornelli e non si preoccupava del futuro della Terra. Mia madre voleva che facessi il medico. Io volevo fare l’astronauta. Quanti anni avevo? Quattro? Cinque? Avevo nove anni quando la terra ha tremato. La FIAT 128 di colore giallo è stata la nostra casa per un paio di notti, il tempo che mio padre approntasse una tendopoli nel  piazzale della sua fabbrica di mattoni nella quale finirono per essere ospitate quattro famiglie. Il piazzale era un rettangolo che aveva uno dei lati corti, quello più lontano, segnato da una fila fitta di pioppi che si intuivano nell’oscurità della notte. I pioppi durante le scosse di assestamento che seguirono all’apocalisse si piegavano un secondo prima che l’onda sismica facesse sobbalzare la terra sotto i piedi e il cuore nel petto. Prima c’era il vento, un vento improvviso che scendeva dalle pareti del Formicoso, ad est, e bussava alla porta della tenda. A me piaceva di più dormire nell’automobile. I suoi spazi angusti mi sembravano più sicuri, più accoglienti. Inoltre, nell’automobile potevo scorreggiare liberamente, sottraendomi agli spasmi addominali ai quali l’educazione e i fagioli mi costringevano.

Fuori della nostra tenda c’era un fornellone a gas. Diana, la ragazza di mio zio, una trentenne esile, ma con delle forme tornite, sode, e la carnagione scura che di lì a qualche anno sarebbe diventata uno dei personaggi di un mondo che dal reale scivolava nel pornografico, è l’unica persona che ricordo di quelle notti fredde e stellate. Ricordo la crema di caffè, lei china su una moka gigantesca,  lei che girava energicamente lo zucchero versato in una tazza insieme alle prime gocce di quella bevanda scura che fino ad allora mi era stata interdetta, una galassia che spiraleggiava attorno ad un buco nero che infine ci ha inghiottiti tutti. Mia nonna mi faceva fare merenda con una zuppa di pane cotto al forno e aglianico, un vino forte e aspro come era quello dei contadini della vallata, conservato in botti enormi che si tramandavano di generazione in generazione insieme al retrogusto di aceto e alle ulcere, ma il caffè mi era interdetto “perché poi non dormi”. Diana però ci teneva che scrivessi di lei e di quel primo caffè. Diana era laureata in medicina. A medicina si impara a fare un ottimo caffè, e la saggezza popolare, pure vecchia di secoli, dalle mie parti è sempre stata ossequiosa del pezzo di carta che abilita a fregiarsi del titolo di coffemaker e di dottore.

Dottore, mica ingegnere. Se ne lamentava pure Paolo l’altra sera: “buonasera Paolo, ciao Paolo. Ma io so ‘ngegniere. Laureato alla Federico II. Perché non mi saluti come mi compete? “Buonasera Dottore”, così si dovrebbe salutarmi”

“Appunto perché sei ‘ngegniere, non dottore Pa’. E dalle nostre parti gli ‘ngegnieri hanno contribuito a scarrupare il mondo, insieme ai loro compari geometri”

Diana era appunto una dottoressa. Dunque non dormivo. Ascoltavo le parole degli adulti. Era la fine del mondo che trasmutava nell’inizio d’un mondo diverso. Le parole diventavano sussurri. Io scorreggiavo fagioli e caffè sui titoli di coda. Dopo c’era quiete, un silenzio nel quale le uniche voci erano quelle delle stelle e dei cani che abbaiavano agli alberi e ai fantasmi. Mancava tutto. Ero felice.

Ho preso a non dormire – a dormire poco- da allora. Il caffè –ne consumo decilitri ogni giorno- è la coperta tirata su dopo aver rivisto il film della giornata, due secondi prima di varcare la soglia dei sogni. Ogni tanto sogno quella FIAT 128 di colore giallo. Il giallo è un poco sbiadito, e nella carrozzeria ci sono fratture, e pustole di ruggine. Nel sogno la ruggine si confonde con il rosso della mia prima automobile, una LANCIA Y10, un tauto su quattro ruote che sfuma in un feretro portato a spalle da quattro famiglie. C’ho rischiato la vita in quell’automobile. Diverse volte. Specie quando a guidare era Wanda. Wanda era la mia ragazza. Quando si metteva alla guida mi faceva vedere il mondo sottosopra.

Ogni volta andavamo da mio padre per diecimila lire di benzina. Wanda diecimila lire per la benzina le aveva raramente. Le figlie femmine, già: dalle mie parti alla benzina doveva badare il maschio. E con diecimila lire che ci fai? Mario per due hamburger affogati nella maionese, e due birre, chiedeva un prezzo variabile a seconda della serata, delle macchie di sugo sul grembiule –una prova indiretta della prosperità degli affari, pensavo, che’ al numero maggiore delle macchie ed alla loro estensione corrispondeva un maggior numero di hamburger venduti – e della quantità di alcool che aveva ingurgitato, ma che in ogni caso prosciugava chilometri di strada. Restava qualche migliaio di lire. E una radura nel bosco di castagni che s’apriva sull’infinito del cielo. Poesia. Avevamo pochissimo, eravamo felici. Specialmente -ero all’università allora- il sabato sera e la domenica mattina. La domenica mattina la scusa per uscire era quella della messa. Dalle mie parti la messa per i ragazzi che si amano era per lo più l’occasione d’una futura confessione, un futuro anteriore come la messa di Natale. La messa di Natale era, almeno quella, imperdibile. Le altre erano la scusa per i baci, e per disegnarsi ghirigori sulla pelle. Io e Wanda disegnavamo ascoltando la parola del Vangelo. Quando Wanda tornava a casa dalla messa il padre l’interrogava sulla moltiplicazione dei pani e dei pesci. Wanda sorrideva. Oggi ha le tasche piene di diecimila lire, un guardaroba compulsivo che le mette tristezza, e una dispensa biologica, fat free, sugar free, che le secca l’anima. L’ultima volta che l’ho vista sorrideva per un divaricatore che aveva dimenticato in bocca quando s’era scollegata da facebook. E, la cosa peggiore, é che non sorride più manco nei sogni. Io invece continuo a farlo. Mi sveglio dopo un’ora e mezza di sogno profondo, sempre alla fine del primo tempo. Colpa delle patatine. Le buste della patatine fanno un rumore infernale. Il tempo di una compressa di Prostamol e sono pronto per il secondo tempo.

L’altra notte ho sognato Trump che sorrideva nel carrello d’un supermercato. Alla DECO’. La CONAD ha spazi troppo angusti per muoversi con un carrello del supermercato. Rischi di far cadere una bottiglia di aceto e di pagarla come un Dom Perignon. Alla DECO’ qualche volta faccio bei sogni. Ho incontrato Dalì alla Deco’. E il Dalai Lama davanti al banco macelleria. Altre volte la DECO’ ha invece le luci di quella casa nel bosco, un incubo. Stavolta il carrello ero io. Riempito di cose. Non mancava nulla. C’era persino uno shampoo alle ortiche. Ho preso a grattarmi e mi sono svegliato. Mi sono guardato allo specchio: ho addosso la divisa del lavoratore e nella tasca la carta di identità del consumatore. Anche Wanda. L’ultima volta che l’ho vista aveva i tacchi a spillo. Il diavolo veste Prada, ma Dio vive sui tacchi a spillo da 24 anni, da quando si operò di cataratta e vide che i tacchi a spillo erano una cosa buona e giusta, una delle poche cose per le quali rimandare il diluvio. Insieme alla minigonna. Wanda in minigonna? “E che te lo dico a fare”. Che te lo dico a fare a volte non significa proprio niente, solo che te lo dico a fare. Non secondo Wanda con la quale si è finito per litigare per tutto, specie per i centri commerciali.

I centri commerciali assomigliano ad un’opera di Escher. L’ultima volta che ho visto Wanda ero in un centro commerciale. Lei era su una scala mobile che forse conduceva all’inferno al piano di sopra, una fila di negozi di abbigliamento senza soluzione di continuità, forse al paradiso al piano di sotto, il negozio di elettronica, la libreria, l’enoteca. La relatività in un centro commerciale fa si che puntualmente entro per acquistare un libro o una bottiglia di vino, ed esco vestito di nuovo, come Valentino, ma senza i piedini provati dal rovo. In un corso che ho frequentato mi hanno spiegato come ogni cosa in un centro commerciale sia studiata in funzione della massimizzazione delle vendite. E’ per questo che la carta igienica si trova in prossimità delle casse. Un carrello pieno da subito di carta igienica è l’immagine subliminale di un pieno di merda. Meglio se sulla merda si possa riflettere dopo aver pagato. Io non avevo ancora pagato.  E dunque ero disposto ad osservare Wanda con tenerezza. Aveva messo qualche chilo che i tacchi provavano a nascondere insieme ad un vestito lungo che la faceva sembrare una che dà falsa testimonianza ad un matrimonio che’ la testimonianza ad un matrimonio ha sempre una misura di falsità specie se si è sposati. Soprattutto Wanda –ti preferisco in abiti d’autunno, vorrei fosse sempre primavera- non aveva quella fascia nei capelli che la faceva sembrare Giovannina –lei che di Giovannina aveva l’anima-, Giovannina che vola su giovani assetati di futuro, la ragazzina che celebrava la vittoria al referendum sul divorzio. Io a Giovannina avrei scoperto il seno. A Wanda no. Wanda aveva un seno enorme, materno. Ed il seno era rivoluzionario a condizione che fosse piccolo. Ora il seno ha perso significato. Da qualsiasi punto di vista lo si voglia guardare, materno o rivoluzionario, finisce in ogni caso per essere una fotografia su What’s Up.

Non so bene se il seno fosse rivoluzionario perché immagine iconica di un tabù che la nudità’ infrangeva -almeno allora. Ora l’unico tabù è quello della morte- o perché il seno è una mia fissa e la sua rivoluzionarietà la maschera che cela il desiderio sessuale. Desiderio per una mancanza. Ho rifiutato il seno di mia madre. Mi ha cresciuto Liundina, una pezzata rossa italiana che ogni mattina lasciava un litro di latte davanti all’uscio di casa, in una bottiglia di vetro verde. Il latte bisognava bollirlo. E toccava a me evitare che si versasse. Io però nella schiuma che saliva lungo le pareti della bollitore vedevo gli alieni di Space Invaders che invadevano il piano cottura. Per fortuna arrivava mia madre che con uno scappellotto sulla mia nuca salvava la Terra da quell’invasione. Game Over. Era tempo di andare a scuola. A me la scuola piaceva. E piaceva Liundina che sotto il grembiule da contadina aveva un seno enorme come quello di mia madre.

Anche suor Teresa aveva un seno enorme. Suor Teresa era completamente grigia, grigia nei capelli che fuoriuscivano dal velo, grigio il viso, grigia la tonaca. L’unica nota di colore erano le rughe, gialle come la bile di un che ha perso la leggerezza degli hún, gialle come un limone, e quel crocifisso wengè che portava appeso al collo, e che rimbalzava tra il Golgota e il Calvario al punto che al Cristo erano saltati i chiodi e scomparse le stimmate da una mano, e pareva, Cristo, uno che fosse deciso a liberarsi dalla croce. Se ci fosse riuscito, raggiungere il suolo sarebbe stato facile: un salto e via a dar di matto come un pokemon. Suor Teresa era alta poco più di una castagna, più larga che alta in verità. Una castagna. L’asilo si chiamava per l’appunto Il Castagneto. Ora lo hanno trasformato in un ospizio. Colpa della mosca cinese che ha assassinato i castagni. Totonno c’ha scritto pure qualche poesia ermetica. Suor Teresa non era ermetica. Aveva un vocabolario limitato alle urla e ai rimproveri. L’asilo dalle suore è il trapassato remoto di anni di analisi. L’ho scoperto proprio sul lettino del mio psicanalista, annegandovi in un maelstrom, e riemergendone come uno stoccafisso a Isla de Muerta. “Baccalà”, mi disse suor Teresa quando, tornando dal bagno, ultimo della fila di bambini travestiti da indiani, dimenticai di chiudere la porta dell’aula. Lei era seduta dietro la scrivania azzurro polvere, grigia come il generale Custer  –A quel tempo pensavo che la divisa del generale Custer fosse grigia come nei telefilm della TV in bianco e nero che avevamo a casa. Gli indiani invece erano variopinti come i rami fioriti la domenica delle palme. Sarà per questo, penso, che a Little Bighorn, sugli scalini di casa, vincevano sempre indiani. Quel baccalà me lo legai al dito. Allora avevo una fidanzatina. Eravamo fidanzati solo perché abitavamo l’uno di fronte all’altra. Allora bastava poco. Oggi pure meno. Ma era pur sempre una fidanzata. Rompemmo per il baccalà. A me piace alla livornese. E lei era una veneziana sempre chiusa. 

La incontro ogni tanto. E’ ancora bella. Si dice che le donne paffute siano rassicuranti come un quadro di Botero. –una donna rassicura? Io in ogni caso preferisco Dalì specie quando s’affaccia alla finestra. Suor Teresa alla finestra non s’affacciava mai. Sapeva di muffa. Io preferivo l’altra, suor Maddalena, alta e secca come un peperone secco insertato. Suor Maddalena preparava una pasta e fagioli da leccarsi i baffi. Ne ricordo il profumo. Un profumo che ho sentito solo un’altra volta, sotto il palazzo delle elementari. La pasta e fagioli l’aveva preparata Filomena, una donna di cinquantanni con un bel viso ed un corpo sparito da anni sotto il grembiule dell’unico albergo-ristorante-pizzeria del Paese che gestiva insieme al marito. La pasta e fagioli sapeva d’infanzia. Felice ne mangiò un quintale. Poi, finita la festa dell’Unità –o era quella dell’Amicizia?- scese da Mario per una grappa. Bevve una grappa profumata alle rose. Il giorno dopo sua madre, entrando in bagno, ebbe l’apparizione della Madonna, una visione fuggevole che però lasciò dietro di sé la certezza di un miracolo, con i pellegrini che venivano da tutto il mondo, e salivano in ginocchio le scale fino al primo piano per recitare un gloria seduti sul cesso di Felice, e il profumo dei fioretti di maggio. Felice fece il fioretto di non mangiare. Pesava 70 kg in più del suo peso forma. Felice però sul peso forma barava. Non sopportando la sua bassa statura si era fatto fabbricare da Masto Giovanni delle scarpe con il tacco rialzato. La Madonna se ne accorse e non fece il miracolo. Lo ha fatto Flora che è bella come una Madonna. Felice è dimagrito da quando si è sposato con Flora. Flora viene dall’Ucraina. Felice l’aveva incontrata ad una fiera, le aveva offerto da bere, avevano ballato insieme, dormito insieme, fatto l’amore ognuno per conto proprio, e infine, invece di comprare un souvenir, Felice aveva pensato di sposarla. Flora ha due cosce lunghe e dritte come l’autostrada del sole, lunghi capelli biondi, e gli occhi del colore del mare quando è piatto come una gatta morta. Quando cammina per il paese tutti si girano a guardarla tranne Rocco, ma solo perché Rocco ha il torcicollo cronico. Flora come tutte le donne bellissime che sanno di essere bellissime non cucina. Felice deve accontentarsi di quattro salti in padella, e a forza di saltare, è diventato secco come un manico di scopa. Dopo scopa. Felice è felice di scopare e di essere secco. Ci aveva provato in mille modi a scopare e ad essere secco.

Felice aveva una FIAT 127 gialla. Era l’unico di noi che aveva un’auto allora e le diecimila lire per la benzina. Ed era l’unico di noi che non rimorchiava. A ferragosto, con 40 gradi a picco che spaccavano l’asfalto, parcheggiava di fronte al bar di Mario, e si chiudeva dentro la FIAT 127 gialla come una bara “per bruciare i grassi”, diceva. Una volta prese fuoco. Stava accendendo il forno e, per fare prima –prima di cosa? Prima per cosa?- cosparse la legna di castagno di alcool. La mosca cinese glielo risputò in faccia. Io gli tirai un mandarino contro. La mancai. Se l’avessi presa mi sarei perso le poesie di Totonno. E il mondo sarebbe un posto più triste. Nella vita nulla accade per caso. Michele, che di mestiere faceva la torcia umana al circo di Rosetta, e aveva una certa esperienza, pensò di spegnere Felice buttandogli addosso la prima cosa che gli capitò a tiro. La farina doppio zero trasformò Felice in Jonathan Store. Ma Felice non era un supereroe moderno. Era un fumetto in carta e ossa. Schioppettava come i fuochi d’artificio a San Michele. Il prete venne a dargli l’estrema unzione. Felice era steso a letto, mummificato, ma vivo, con gli occhi del color delle castagne che giravano come marroni.  Il crocifisso di suor Teresa che era appeso al muro sopra al letto si liberò dalla croce, e sbagliando la stima della distanza del pavimento, gli cadde sulla fronte. Sarà per questo che Felice ha il bernoccolo degli affari.

Grazie a quel bernoccolo Felice si arricchì giocando in borsa. Passava la maggior parte delle sue giornate studiando supporti e resistenze, e guardando le candele sul comò della madre, innanzi alla fotografie dei mores maiorum. Le candele funzionarono. Felice comprò un’auto nuova, una FIAT Croma, e come è buona abitudine dei miei conterranei, salì a Montevergine per farsela benedire dai monaci. Era l’11 settembre. Sulla strada per tornare a casa, tra tornanti e curve, restò in panne. L’acqua benedetta aveva bagnato le candele. Questa almeno fu la diagnosi di Vito Garibaldi.


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