Ombre Gialle

Il nevone

La prima volta che andai a teatro fu per un flamenco. Lo ballai con Blanka. Blanka aveva un sorriso bellissimo. Lei mi girava attorno con le nacchere, io ero ritto e fermo come un Calippo al rhum. Avrei voluto imparare a ballare da quando andai alla prima sala da ballo, forse dalle parti di Lioni. La sala da ballo era stata ricavata in un garage al pianterreno d’una abitazione. L’unica cosa più ferma di me erano i pilastri di cemento, le luci delle lampadine che penzolavano dal soffitto e le mammenonne sedute sulle sedie di vimini collocate lungo le pareti che della sala da ballo erano l’arredo. Ci si accorgeva che erano vive solo dai ferri da lana che muovano lentamente e dalla scansione veloce di chi avvicinava le figlie e le nipoti per un invito che sembrava una promessa di matrimonio. Blanka era già sposata e non aveva promesse da fare, solo la difficoltà di mantenere quelle che aveva fatto in un giorno di festa.

Vorrei essere libera” mi disse, “Come un uccello oppure come la lepre!”.

Credo che solo chi la libertà l’abbia persa e chi la conosca solo per un post condiviso sui social da qualche amico d’un qualche mondo lontano, possa parlarne con qualche senso che non sia vanità. “Ucciderei per la libertà”, mi diceva un carcerato. Ho sempre pensato e amato di essere libero, non che lo sia davvero ché non lo è nessuno a meno di prendere la pillola rossa, mettere da parte la performance e partire per il Tagikistan con un trerrote.

What if you rock around the clock?

Invece è la pillola blu ad andare per la maggiore. “Uccideresti per la libertà di prendere la pillola blu”, avrei dovuto rispondergli ché uno che ama la libertà non uccide quella degli altri. Blanka comunque non aveva ucciso nessuno e aveva tutto il diritto di voler essere libera. Tick-tock, Tick-tock.

What if you tried to get off, baby?

Blanka era altissima specie quando la guardavo dal basso delle scale mobili della metro a Roma, lei che scendeva, io che salivo. A Casale era uguale.

Casale ha solo sei strade pianeggianti. Il resto sono salite o discese a seconda che si va o si viene dalla Messa di Natale. In realtà, le strade pianeggianti sarebbero sette ma una, la prima strada pianeggiante che venne costruita a Casale, la realizzarono in salita. Inizia con il cimitero e termina con la casa dell’Avvocato, una specie di biografia cui manca un prequel e la possibilità di un sequel. Casale ha una viabilità talmente faticosa che le statue durante le processioni non solo si fermano ad ogni salita ma fanno anche visita ai numerosi bar per bere una Peroni. E sotto un altro.

Una volta sotto ci sono finito pure io. Sentivo il cilindro di legno dell’asse che reggeva la statua conficcarsi sempre più all’interno della clavicola e specie nelle curve ad angolo retto, ero quasi orgoglioso di offrire quel fastidio e quella fatica a una qualche Madonna che portavo a spalla. Gli angoli retti a Casale sono oltre che la fisionomia obbligata dell’urbanistica, una necessità sociale come la festa di San Michele. Anche la statua di san Michele viene portata a spalla. Il Santo per ringraziare, dispensa a iosa lombosciatalgie. Le prolassi discali sono riservate ai più fedeli e per complicanze, sono seconde solo a quelle dispensate dalla statua della Madonna dell’Addolorata che penso sia addolorata proprio per il dispiacere del primato e di una linea da ritrovare.

Qualcuno per evitare il rischio di ammalarsi, preferisce fingere qualche tipo di invalidità. A Casale intorno alle invalidità si è sviluppato un fiorente commercio al punto che oltre alle ovvie professionalità coinvolte, diversi casalesi svolgono il mestiere di procacciatori d’invalidità. A Casale starnutire era pericoloso già prima del coronavirus. Bastava starnutire in pubblico e una folla chiassante di casalesi provava a convincerti della possibilità di chiedere l’invalidità per insufficienza respiratoria o che so, un difetto funzionale delle nasche. A Ottavio l’invalidità l’avevano negata. Convocato ad Avellino per la visita dell’ASL, era arrivato puntuale in un completo grigio scuro di misto lana con tanto di cravatta con stampa hawaiana e su consiglio dell’Avvocato, si era finto demente.

Come è arrivato ad Avellino, Ottavio? L’ha accompagnata qualcuno?

No, ho preso la corriera a Grotta”, rispose Ottavio.

Ottavio non parve credibile. Non tanto per il fatto che un demente potesse prendere la corriera, quanto per la puntualità. Ottavio che steso non poteva stare per colpa delle protusioni discali che s’era procurato il venerdì santo sotto la statua della Madonna dell’Addolorata, qualche anno fa pensò di alleviare la sofferenza con una petizione al Sindaco intesa a facilitare i casalesi a presentare domanda di grazia alla Madonna del Buon Consiglio dei Frati Francescani dell’Immacolata, attraverso la costruzione di una funicolare che collega la DECO’ al relativo Santuario. Pensava che di Marie è pieno il mondo e che a giudicare dai casalesi che salivano dai monaci, fosse il caso di chiedere grazia all’Immacolata. La domanda di grazia la volevo presentare pure io. Ci rinunciai dopo che i frati mi incaprettarono nel confessionale, costringendomi a stare in ginocchio in uno spazio più corto delle gambe fino alla sentenza dei Gloria e delle Ave Maria. Se il paradiso comporta la pena della reclusione prima della confessione, preferisco di gran lunga le ernie discali che mi sono procurato a stare sotto alla statua della Madonna.

A portare la statua della Madonna mi aveva convinto Antonio. Antonio aveva diversi anni più di me ed una FIAT 127 che era una confessionale. Nella FIAT 127, io e Antonio ci confessavamo il dolore dei nostri amori. Io credevo di essere innamorato di Francesca. Francesca aveva quindici anni. Mi aveva fatto toccare le sue cosce una sera che Casale giocava contro Grottaminarda e non c’era bisogno della scusa della Santa Messa e di imparare la Sacre Scritture per pomiciare. Io non pensavo che le cosce delle donne potessero essere così belle. Quelle di Francesca erano tornite, abbronzate e troppo corte. Erano corte quanto i due passi che mi separavano da casa sua. Mi ci invitò una domenica. La casa profumava di arrosto e di dolcezza. Mi portò un piatto di spaghetti aglio e olio pregandomi di non toccare le altre pietanze che erano per Instagram e doveva ancora fotografarle. Quando lo raccontai ad Antonio mi sorrise confidandomi come fosse capitato anche a lui. Giovanna aveva addirittura un blog di cucina locale, e Antonio aveva dovuto rinunciare anche agli spaghetti aglio e olio.

Antonio è una delle tante persone belle perse per via. Penso che ci siamo incontrati scoprendo affinità e assonanze che la vita ha finito poi per risolvere in ombre. Le ombre sono quelle che restano quando il rumore intorno è troppo forte. Ferite. Altre volte capita che le persone le riconosci proprio dalle ombre. A volte ne hanno talmente tante che fanno luce.

Quando ci siamo visti, io ti ho “riconosciuto

Dimmi cos’è che ti addolora di più, Jay.

No.

Dimmelo.

No.

Perché?

Non so chi sei.

Sì che lo sai.

Antonio ora è una fotografia in fondo al cimitero. Lo cerco dopo aver salutato mio padre, i miei nonni ed essermi fermato da Ernesto scuotendo la testa. L’ultima volta ho fatto un giro nel cimitero vecchio notando la progressione cronologica delle fotografie. Credo che le fotografie andrebbero mischiate come in una partita di carte ché le tombe collocate in quel modo preciso, come in una scala reale, rendono gli ultimi anni un riassunto doloroso e suggeriscono un esito inesorabile, un destino che pesa come un macigno. E’ un macigno che atterrisce perché se è consolante che le storie non vivano mai solitarie, ma s’intreccino e ripetano come i rami di una siepe di lauroceraso, alla fine si nasce e si muore da soli. E’ un silenzio assordante. A volte mi chiedo quali fotografie faranno più rumore. Quella di mio padre e di mia madre, quella dei miei figli, e poi chi?

Ci sono state così tante persone nella tua vita?

Ce ne sono state abbastanza.

E qual è il mio posto in questi ricordi?

Non lo so.

Sì che lo sai.

No.

Lo saprai.

Lo spero

Tra le fotografie che vorrei facessero rumore c’è quella di mia nonna l’anno prima che morisse. L’inverno era stato durissimo. Lo è sempre a Casale e ogni anno che passa, peggiora. Quell’anno ci fu il nevone, due nevicate abbondanti che complici le temperature bassissime, finirono con il sommarsi e raggiungere le cosce. Nell’immaginario casalese il nevone è quello del ’56 e di Peppo Izzo che s’imbarca per il Venezuela. Io Peppo Izzo non l’ho conosciuto e di nevoni me ne ricordo altri. Quello del 2012 me lo ricordo per il piatto caldo che fumava nel gelo delle Pagliarole quando la sera salivo faticosamente da mia nonna portandole qualche pietanza che mia madre le aveva cucinato. Qualche volta cucinavo io per rubare qualche frammento di tempo alla morte. Nonna parlava. Qualche volta le prendevo le mani seguendo il profilo delle rughe e restavo zitto per sentire la vita esplodere dentro. Alla morte ci si dovrebbe avvicinare in silenzio, per consentire di distinguere nel rumore che s’ha dentro, il ricordo che dà senso al presente ed il presente che dà senso al futuro. C’è gente che lo fa, ognuno a suo modo, molti con le mani unite in segno di preghiera, qualche altro con le braccia conserte sul petto come a difendere la propria anima con una ultima maschera, diversa da quella offerta dalla fede e ultima perché insufficiente a sbarrare la strada alla sofferenza liquida, ma la maggior parte ritengono la morte scambiabile, un valore da acquistare con una stretta di mano e la forma della compassione, da indossare appena svoltata la navata laterale, una morte senza identità, senza nome, di cui il corollario sono le facce dei familiari da spiare quando sono spoglie di quasi tutto, per costruire delle immagini mentali, delle diverse cartoline dai morti, inutili come quelle che ho trovato in un libro, strumento anch’esso e forse nonostante le intenzioni dell’autore, della distruzione dell’aura, della banalizzazione del senso. La maggior parte è cattolica: la Chiesa cattolica dovrebbe predisporre un vademecum della morte, un breviario delle condoglianze, operare per ricostruire una collocazione alla morte, un’aura alla sua fenomenologia che possa servire come strumento per recuperare la dignità del sé e del quando che non sono sempre uguali e scambiabili e a volte esigono distanza ed attenzione.

E’ per questo che evito i funerali e preferisco le cosce delle donne. Quelle di Francesca erano tornite, abbronzate e troppo corte per qualcosa che duri. Francesca me le fece toccare solo per un secondo, poi fermò la mano che cercava la via per l’anima. Francesca aveva paura degli atti impuri del catechismo e di restare incinta per un gloria che aveva scordato di recitare.

It can happen to you

It can happen to me

It can happen to everyone eventually


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