Ombre Gialle

Lina

Lina rideva: un miracolo. Le donne sono prive di ironia per definizione, dicono: Lina era l’eccezione. Ne ho conosciute altre che fingevano: te ne accorgi quando riguardi le fotografie. Chi ride come un maschio, di fronte alla fotocamera, posa allo stesso modo imbarazzato. Ci sono mille modi per ridere. I sorrisi si sposano, i miracoli non accadono. Nemmeno in giardino. Per qualche strano motivo il mio giardino s’è riempito di statue. Non ho il pollice verde, decisamente, e cosi ho provato a riempire la mia inettitudine di statue. La prima la comprai a Matera, una riproduzione della Venere Acquaiola, che “lusinga il paradiso in questa valle di lacrime”. Ha un seno scoperto da una tunica che le disegna il corpo, due cosce che sembrano di marmo, e due brocche ricolme d’acqua che ne fanno un classico. A Casale il classico era il vestito nero delle contadine con la sparra. Prima che l’acquedotto fornisse le abitazioni private, nel paese c’erano numerose fontane e fontanine e diverse vasche dove le donne si recavano a prendere l’acqua e a lavare i panni. Le ricordo chine a lavare le lenzuola bianche, con le cosce che ballavano bianche e grassocce sotto le gonne di lana nera: ne resta solo qualche fotogramma di un video amatoriale. A Casale la memoria è liquida, e gli unici ritratti in bianco e nero li trovi al camposanto. I più antichi stanno svanendo, soprattutto quelli dei bisnonni e dei trisavoli nati e morti a cavallo tra il secolo scorso e quello prima. Di quelli di prima non resta manco il nome.

Penso che sia una fortuna essere nato dopo Niépce: sbiadirò anch’io ma ci impiegherò più tempo. Mi chiedo quale sarà la foto. Quella di mio padre venne scattata il giorno del mio matrimonio. Mio padre era stato per diverso tempo il ragazzo della zia di Lina, Errica. Si dovevano sposare. Mio padre mi raccontava che Errica aveva una voce insopportabilmente maschile: l’aveva lasciata per questo diceva, ma mi pareva la scusa di uno che è colpevole di diversi torti. Forse alla zia di Lina mancava un po’ di quella dolcezza di cui mio padre era ghiotto. Mio padre mi raccontava che le caramelle più buone che avesse assaggiato gliele aveva date un soldato americano nel ’44. Mio padre era del ’40. Non credo che prima avesse mangiato altre caramelle. E penso che guardando alla sua infanzia finisse per essere vittima della stessa nostalgia che mi prende guardandomi allo specchio e intorno. Non che ognuno non abbia qualche motivo di dire che si stava meglio quando si stava peggio.

Ieri guardavo un signore che attraversava una comunione trasformata in una discoteca, districandosi tra una tarantella ed il tormentone che verrà, cercando aria credo. Aveva capelli bianchissimi, che parevano più lunghi di quanto fossero per confronto con una schiena curva e secca. Tra qualche anno, ho pensato, qualcuno mi guarderà cercare la mia aria e avvertirà lo stesso scandalo che ho sentito scavare dentro la mia carne, le unghia aguzze del tempo nelle rughe. Si, amo “il rivo strozzato che gorgoglia, l’incartocciarsi della foglia riarsa, il cavallo stramazzato”. Ma forse quest’amore è un modo per esorcizzare questa fottuta paura del tempo.

Io e Lina di tempo ne abbiamo avuto molto. Forse i miracoli accadono: Lina rideva ed era dolcissima, specialmente quando si addormentava sul mio collo dopo che io avevo parlato di Leopardi e Schopenhauer e Nietzsche e dell’Annapurna. Io restai sveglio tutta la notte pensando a quando l’avevo conosciuta.

La prima volta lo facemmo in giardino. Lei era una pantera: mi chiese del perché l’erba era a macchie di leopardo.

“Debbio arieggiare”, le risposi.

“Ti amo”, rispose Lina

Capii che aveva equivocato il verbo arieggiare. Io dovevo arieggiare il prato. L’arieggiatura si esegue una volta all’anno. Carmine era il mio arieggiatore. Era il cognato di Lina. Aveva fama di dongiovanni e insomma, era pieno di donne: quella che gli avanzavano per appartenere ad altri, le metteva nel portabagagli della sua FIAT 127 Abarth, almeno fino a quando i carabinieri della stazione di Frigento lo arrestarono per sequestro di persona per evitare scandali. S’era fatto sei anni di galera con la condizionale e uscito, s’era inventato giardiniere dopo che a Casale s’era diffusa la moda del giardino con i nani. Carmine non lo sapeva ma ogni volta che tagliava l’erba o arieggiava, costringeva i nani a restare immobili per una decina di giorni, rivolti verso la croce della Madonna della Neve che sovrastava il paese. Quando non erano immobili come i turisti che vengono a Casale d’estate in cerca dei parenti e non trovandoli, restano basiti negli angoli del paese a guardare la croce della Madonna della Neve fino a quando Angelo La Legge non li multa per eccesso di immobilità, i nani facevano campagna elettorale: litigavano per una ventina di giorni e poi eleggevano quello più alto tra loro alla carica di Sindaco. Sara’ per questo che Franco non è stato mai eletto sindaco. Franco era più basso perfino di Erminia, alla quale per contrappasso aveva proibito di mettere i tacchi anche il giorno del matrimonio, e incerto dell’altimetria era andato da Masto Peppo a farsi mettere un rialzo all’interno delle Nero Giardini. Masto Peppo aveva però esagerato ed il giorno del matrimonio Franco, per non cadere dai trampoli camminava lento, stringendo il culo come uno che il giorno prima aveva condito la pastasciutta con il piccante di Zi Fulippo.

Franco scriveva stornelli e poesie. Aveva avuto un discreto successo, soprattutto in America dove Casale aveva esportato molti dei suoi disoccupati e, insieme a quelli il dialetto, la ciambotta, e li peparuli a l’acito, con le patane e le spangelle re puorco e la nostalgia della casa e della famiglia che conosceva solo chi la casa e la famiglia la lasciava per cercare un lavoro. Penso che il successo di Franco in America si spieghi soprattutto con quella nostalgia. Oggi, in un mondo globalizzato e in moto perenne, quella nostalgia prende le forme delle foto in bianco e nero dei nonni e dei colori sbiaditi dei ritratti giovani dei nostri genitori. E’ una nostalgia liquida come i nostri pensieri. La nostalgia dei casalesi americani invece aveva cristallizzato il paese e la casa natia come in quei souvenir di vetro a forma di palla che quando li si gira, nevica. A Casale invece non nevica più.

I casalesi in America avevano fatto fortuna: era stato grazie ai loro contributi che era stato possibile ricostruire la chiesa di San Michele. Prima della crisi dei subprime, tornavano a Casale d’estate, a frotte: li si riconosceva dalle sneakers immacolate, dai Levi’s 501 e dalle camice troppo colorate. Pure i capelli dei cugini americani erano strani: io ogni estate pensavo che in America i capelli li tagliassero con le forbici da giardiniere e che in America Michele Lo Barbiere avrebbe avuto più successo di Franco e che era un peccato che non fosse emigrato. Michele Lo Barbiere i capelli li asciugava con l’alito: io mi sedevo sopra il cavalluccio di ferro e uscivo dal salone assomigliando a Marty McFly disarcionato da una DeLorean imbizzarrita. Michele Lo Barbiere il cavalluccio di ferro lo aveva acquistato dopo che il cavalluccio rosso di plastica se n’era scappato per la disperazione.

Alla fine scappai pure io. A Casale a inizio degli anni ’90 era tornato Angelo Coppola. Angelo era emigrato agli inizi degli anni ’70 in America e dopo qualche anno di gavetta in una bottega di Glen Cove, era riuscito ad ottenere un impiego in un famoso salone di bellezza su William Street a New York, vicino al negozio di Rosetta Wines & Spirits. Il salone era frequentato da magnati della finanza di Wall Street. Angelo ne era diventato dapprima il confidente, come succede con il barbiere, la commessa che ci vende il pane, la fruttivendola che ci vende la frutta, poi l’amico, finendo con l’acquisire una certa dimestichezza con i supporti, le resistenze e i grafici a candela. Angelo, che aveva l’arroganza giovanile e la presunzione di un uccello fuori dal comune, pensava che il fatto che i grafici di borsa fossero fatti della stessa materia che egli usava per il fissaggio dei capelli gli conferisse capacità demiurgiche o almeno profetiche. E prese a spacciare per rumors le sue premonizioni. La borsa crollò il 19 ottobre 1987, un lunedì, quando i barbieri sono chiusi. Angelo il 20 ottobre si imbarcò dal John F. Kennedy International Airport alla volta dell’Italia: nella valigia portava una spazzola che a Casale non avevano mai visto.

“Ce l’hai profumato?”, gli chiesi guardandolo nello specchio la prima volta che mi sedetti sulla sua poltrona.

Angelo equivocò la domanda come faceva sempre quando l’oggetto di una interrogativa era indeterminato: gli veniva naturale pensare al suo uccello e diventare rosso. A me capitava la stessa cosa quando in quarta elementare, incontravo mia cugina.

“Mamma, io quando la vedo sento un gran calore in viso e non riesco a dire una parola”.

Mia madre restò in silenzio. Io, almeno una parte della storia me la spiego con il silenzio imbarazzato di mia madre. L’altra è genetica. Se mia madre m’avesse parlato, crescere sarebbe stato più facile. Invece, gli imbarazzi degli adulti ho dovuto imparare a decifrarli da solo.

“Ma che hai capito? L’alito!”, gli risposi mentre registravo mentalmente la sua figura ed il suo sguardo.

Ci sono sguardi e figure che ho silenziato per anni, fino a quando non mi sono accorto che la memoria cambia il tempo e lo spazio, la gente, le idee, e persino il ritratto di chi abbiamo amato. “La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla“, scriveva Gabriel Garcia Marquez. Alla fine, siamo tutti figli di un ricordo, come un ricordo sono le foto dei bisnonni e dei trisavoli nati e morti a cavallo tra il secolo scorso e quello prima e come quelle, lentamente svaniamo.

Scrivo soprattutto per motivi di autoterapia. Dopo i doveri dei diversi ruoli, gli imperativi lavorativi e gli impegni della performance, il tempo degli affetti, qualche pagina rubata alla sera, e quella foto che pretende attenzione, avrei bisogno di leggerezza, e invece non riesco a distogliere lo sguardo dal calendario. Forse scrivendo riesco ad allenare il cervello e ad arrivare alla pensione con almeno qualcosa di tonico. Forse metto anch’io i rialzi nelle scarpe per sentirmi all’altezza, ma é più facile finisca in analisi.

In analisi ci finii dopo la pandemia e la guerra civile che ne seguì. Io pensavo che sarei finito in analisi per l’odore di femmina quaggiù e invece ci finii dopo la guerra civile. Io la combattei nelle fila dei verdipassisti, un poco per convinzione, un poco per malsopportare l’alito dei neri che il coronavirus lo curavano con l’aglio.

Lina era psicoterapeuta. Il suo culo mentre saliva le scale introducendomi al suo studio mi faceva scordare ogni volta tutta la merda che c’era fuori.

 


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