Everything works out in the end

“Sono cresciuta con la paura di annegare nel mio letto”, scrive Mitzi Tan, 23 anni, dalle Filippine. Mio figlio mi scrive le stesse cose.

Non conosco i processi psicoanalitici dell’età evolutiva, ma immagino che i miei ragazzi abbiano una percezione del tempo assai diversa dalla mia. Guardando agli ultimi anni, osservando persone più anziane di quanto mi senta vecchio e inadeguato io, mi pare che ad un certo punto della vita dell’uomo i ricordi finiscano con il prevalere quantitativamente e spesso anche qualitativamente, sulle speranze. Ne ho acquisito una consapevolezza figurativa al camposanto, nel momento in cui mi sono sorpreso a considerare il numero di conoscenti e amici ridotti appunto a quantità di ricordi variabili in funzione della profondità delle relazioni.

I miei ragazzi hanno poco da ricordare. Un poco dipende dall’amnesia infantile, un processo fisiologico come definito da Freud agli inizi del 900 che scoprii grazie a Jonathan Franzen quando provando a capire “Come stare soli” lessi dell’Alzheimer e del cervello di suo padre: “Come osservò per la prima volta lo psichiatra Barry Reisberg vent’anni fa, il declino di un ammalato di Alzheimer rispecchia in senso inverso lo sviluppo neurologico di un bambino. Le prime capacità sviluppate dal bambino sono le ultime a scomparire nella persona affetta da Alzheimer. Lo sviluppo cerebrale del bambino si consolida tramite un processo chiamato mielinizzazione, nel quale i collegamenti assonali fra neuroni vengono gradualmente rinforzati da guaine di mielina, una sostanza grassa. A quanto pare, poiché le regioni che si sviluppano per ultime nel cervello del bambino restano le meno mielinizzate, queste regioni saranno anche le piú esposte all’aggressione dell’Alzheimer. L’ippocampo, che trasforma i ricordi a breve termine in ricordi a lungo termine, è molto lento a mielinizzarsi. Ecco perché non siamo in grado di formare ricordi episodici permanenti prima dei tre o quattro anni, e perché l’ippocampo è la prima zona in cui compaiono le placche e i viluppi dell’Alzheimer.”

E ovviamente, molto dipende dalla loro età e forse, anche dalle nuove tecnologie che favoriscono ricordi liquidi ed effimeri. Sarà per questa misura neuronale di spazio libero dalle cristallizzazioni malinconiche del tempo che i miei ragazzi sono più inclini a immaginare il futuro. A volte lo fanno lasciandosi spaventare, altre volte sperando che la loro voce ci raggiunga, raggiunga il il nostro tempo adulto, il nostro mondo stanco.

Quando guardo questo tempo coetaneo, ai miei amici, ai conoscenti un poco più giovani, agli anziani, vedo un mondo grigio freneticamente impegnato a riempire uno spazio ed un tempo vuoto, spesso con scatole di psicofarmaci che nel bugiardino raccontano il corto circuito tra le speranze adolescenziali ed i tradimenti di cui siamo stati capaci.

“I′ll sing it one last time for you, then we really have to go. You’ve been the only thing that′s right in all I’ve done”

Con Greta eravamo a Firenze, in uno dei tanti sit in a favore del DDL Zan. Greta ha quasi 14 anni e due genitori che la conoscono poco e che spesso si sorprendono a scoprire le sue paure e le sue speranze.

“Ro’, i nostri ragazzi sono assai più di quel che appaiono quando li rimproveriamo la testa perennemente immersa negli schermi degli smartphone. Prova a parlargli. Scoprirai qualche volta un mondo confuso ma colorato come la tavolozza di un pittore.”

“Hai una figlia fantastica”, mi scrisse mia sorella dopo aver visto la passione di Greta. Io ero in giro con la reflex e le cuffie.

Dopo gli Snow Patrol, il browser del mio MP3, Fantasia, mi suggerì A Modo tuo. A Modo tuo venne scritta da Ligabue per Elisa. Insieme a Kite degli U2, è la canzone con la quale auguro buon compleanno ai miei figli da quando i compleanni abitano case diverse. Immagino che Bono e Ligabue quando scrissero i testi delle due canzoni vivessero più o meno le stesse emozioni. Sono quelle che io vivo da quando ho avuto i miei figli tra le braccia, dapprima una traccia prospettica, dopo un viaggio sempre più difficile e duro.

E così, per quel corto circuito tra paure e speranze, mi ritrovo ogni volta a chiedere scusa “per un mondo che è quel che è”. L’elenco sarebbe lungo: Salvini è solo un buon inizio. E pretenderne di non farne parte è solo un esercizio autoassolutorio. L’elenco dei miei comportamenti dannosi all’ambiente sarebbe altrettanto lungo: io nel mio piccolo tento qualcosa ma cambiarmi è difficile. Credo che infine si tratti solo di comodità. E’ comodo pensare che spetti agli altri trovare una soluzione al surriscaldamento globale e che il mondo che è quel che è non dipenda anche dalle mie scelte di cittadino e dal mio carrello della spesa. Lo pensavo guardando mia sorella mangiare la ribollita dopo anni di carni bianche.

L’ho vista poi andare via camminando all’unisono con Giovanni. Giovanni è il suo compagno, un ragazzo dolcissimo con il quale è facile parlare e intendersi. Io stavo ripartendo per l’Irpinia. Guardandoli allontanarsi ho avuto la sensazione d’essere prigioniero. Era una sensazione mista di una geografia e di affetti alla quale l’imperativo della responsabilità è spesso insufficiente. Non so quanto la decisione di fare un figlio sia consapevole: s’immaginano le gioie, si ignorano le difficoltà e la stanchezza. E ci si ritrova a fare i funamboli e a inventarsi ogni giorno un motivo per non cadere da una corda che non vuole saperne di restare tesa e ferma.

E questo anche per colpa di un sistema che non supporta a sufficienza la paternità e la maternità dopo aver contribuito a formarne il desiderio: Pampers Baby Dry, trenta giorni di congedo parentale da dividersi tra i genitori, ed il divieto di ammalarsi dopo i tre anni di età.

“Potrebbe assumere una baby sitter”, mi consigliava la mia ex dirigente nel negarmi la flessibilità in entrata che mi era indispensabile al ruolo di padre e di marito. Probabilmente era congiunta, sicuramente conterranea, della dirigente dell’ASL di Avellino che pretendeva di negarmi gli aminoacidi che hanno nutrito mio figlio fino a 19 mesi di vita, nonostante la certificazione del Secondo Policlinico di Napoli che indicava nel Neocate un alimento salvavita.

“Io vengo in ospedale a ritirare il Neocate. Se me lo rifiuta esco e vado in Procura”

In Procura ci andai, anche se un giornalista locale provò a raccontarla diversamente scrivendo di un atto di generosità dell’ASL, e tacendo del tutto di quello che meritava davvero d’essere raccontato, dell’aumento vertiginoso di allergie e intolleranze e di un mondo che è quel che è.

Sono stati anni difficili. Iniziarono sul divano di tua nonna. Ricordo che guardasti tua madre che ti toglieva il seno con lo sguardo incredulo e con i lacrimoni che ti rigavano il viso. Tua madre doveva tornare a lavoro. Ed il pediatra aveva scordato di informarci sui rischi dell’introduzione del latte vaccino. Sono passati diciotto anni. Già, domani compi diciott’anni Co’.

E Co’, si, sei una prigione. Ma ringrazio ogni giorno Dio per avermi benedetto.


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