Kant e il Coronavirus

Non ho particolari ricordi delle mie medie. Uno però è assai vivo, e non perché ne ricordi circostanze e aneddoti, me perché ne ricordo il clima emotivo. Fu il mio primo assaggio di libertà, la prima volta che nessuno mi obbligava ad andare a letto nell’intervallo della prima serata, la prima volta che facevo colazione senza lo zabaione di mia madre, la prima volta che le ore del giorno non erano scandite dai rimproveri di mio padre. E fu la prima volta che mi affacciavo sul mondo, che casa era lontana, non tantissimo, ma certo più delle gite scolastiche allo zoo di Fuorigrotta, alle Grotte di Castellana, e ai trulli di Alberobello, e alla Basilica Santuario Parrocchia “Madre di Dio Incoronata” che era il must familiare.

Greta non andrà in gita. “Maledetto Coronavirus, papà”, mi ha detto dispiaciuta.

“Già Greta, maledetto Coronavirus”

“Dobbiamo averne paura papà?”

“Ma no, Greta. A quanto se ne sa è un virus influenzale che costituisce un problema serio solo per le persone anziane, e noi a casa abbiamo nonna che già è sciancata di suo. Il problema dunque è se ammalandoci noi facciamo ammalare lei”

“A quanto se ne sa”. Avete presente l’ornitorinco? Umberto Eco ha preso spunto dalla vicenda dell’ornitorinco per scrivere un libro di semiotica “Kant e l’ornitorinco. Questo volume, nelle parole dell’editore La Casa di Teseo “rappresenta una delle pietre miliari del percorso filosofico di Umberto Eco e una delle pietre miliari della riflessione semiotica internazionale tout court. Eco torna alla filosofia, per confrontarsi soprattutto con l’ontologia e le scienze cognitive in materia di percezione, realismo, iconismo. Confrontandosi con i nodi fondamentali della filosofia di ogni tempo, da Aristotele a Heidegger, Eco discute i problemi dell’essere, della verità, del falso, del riferimento, della realtà, dell’oggettività della conoscenza e della congettura.” Kant, dopo il liceo, l’ho reincontrato parecchie volte. La filosofia mi piaceva già al liceo, ma è stata per diversi anni null’altro che speculazione, un pensiero che indaga sé stesso e si sorprende dell’infinito: divenne altro quando ne ho scoperto gli esiti empirici nelle teorie dell’interpretazione giuridica, prima, e nello spirito delle codificazioni poi. Non è il caso di provare a parlare di Kant: si finirebbe per lasciar perdere prima di innamorarsene. Kant e l’ornitorinco sono solo l’occasione di un dialogo, di un ragionare insieme: “fino a che punto e quanto correttamente penseremmo, se non pensassimo per così dire in comunità con gli altri, ai quali noi partecipiamo i nostri pensieri ed essi a noi i loro?”, si chiede Kant. E continua: “per quanto in alto possiamo porre i nostri concetti e per quanto, inoltre, possiamo astrarre dalla sensibilità, tuttavia a essi continuano a rimanere attaccate delle rappresentazioni figurate, la cui peculiare destinazione è di rendere idonei all’uso empirico quegli stessi concetti che del resto non sono derivati dall’esperienza”

E’ proprio questo “rimanere attaccati alle rappresentazioni figurate” che ha giocato un ruolo centrale nella vicenda della classificazione dell’ornitorinco. La prima volta che ho incontrato un ornitorinco è stato in uno dei volumi d’una collana “Come Quando Dove Perchè” che mi regalarono mentre aspettavo la Befana. Dovrei ancora averli da qualche parte. Ma evito di cercarli e mi affido a Wikipedia: “Secondo una leggenda degli aborigeni australiani, l’ornitorinco (da loro chiamato boonaburra) sarebbe il singolare incrocio, avvenuto molto tempo fa, tra un’anatra solitaria e un topo d’acqua che la rapì. L’anatra, dopo la violenza subita, partorì “due cuccioli palmati ma a quattro zampe, con il becco e la pelliccia”. Il racconto di questa leggenda è sufficiente a dare conto della stranezza dell’ornitorinco. “Per molti anni l’ornitorinco e gli altri monotremi furono capiti molto poco e ancora oggi perdurano alcune delle leggende del XIX secolo cresciute attorno ad essi, soprattutto nell’emisfero boreale. Per esempio c’è ancora chi pensa che i monotremi siano ‘inferiori’ o quasi rettili, e che siano i lontani antenati dei mammiferi placentati ‘superiori’. Oggi si sa che i moderni monotremi sono i sopravvissuti di un primo ramo dell’albero dei mammiferi; una ramificazione successiva si pensa abbia condotto ai gruppi dei marsupiali e dei placentali”. Circa la storia della sua classificazione tassonomica basta dire che “quando un esemplare imbalsamato arrivò nello studio di George Shaw, botanico e zoologo, la sua reazione fu di incredulità. Era il 1799. L’esemplare sembrava ben fatto, ma il dottore era sicuro che si trattasse di un falso, una truffa molto ben confezionata. Non riusciva a spiegare in altro modo un animale con becco d’anatra, zampe palmate, coda da castoro e pelliccia da lontra…Lo zoologo la chiamò Platypus anatinus, dalle parole greche e latine rispettivamente: “piedi-piatti” e “anatri-forme”. L’anno seguente, uno scienziato tedesco chiamato Blumenbach propose un altro nome: Ornithorhynchus paradoxus. La prima parola significava “grugno da uccello”, e la seconda, beh, “paradosso”.

Eco parla dell’ornitorinco per dire della nostra precomprensione, delle forme a priori attraverso le quali organizziamo la nostra conoscenza dei dati acquisiti attraverso l’esperienza sensibile, e di come essa incide sulla comprensione, sulla conoscenza.

Che cos’è il Coronavirus? Non il Coronavirus in sé, ma il fenomeno. Mentre riflettevo su Barbara D’Urso che insegnava come lavarsi le mani mi è arrivato nella mail un contributo di Le Scienze che consiglio di leggere (https://www.lescienze.it/news/2020/02/24/news/come_parlare_del_coronavirus_in_modo_responsabile-4685273/): “in una situazione delicata come quella attuale, i giornalisti dovrebbero seguire alcune semplici raccomandazioni per fornire informazioni corrette, attingendo a diverse fonti d’informazione e distinguendo tra fatti accertati, valutazioni qualificate di esperti e speculazioni. Senza farsi condizionare dal ritmo incalzante delle “ultime notizie”. E’ quello che ha pensato anche mia madre quando, tra un Pater Noster e un’Ave Maria, mi ha detto che “basterebbero due aggiornamenti, uno ad inizio giornata, l’altro in serata’.

“Ma’ e la pubblicità? E’ dai tempi della prima guerra del Golfo che la morte è l’anima del mercato. Il Coronavirus è solo l’ultimo spettacolo”

Secondo Alfred Tarski la verità implica la corrispondenza del significato di una certa affermazione con un dato della realtà. E’ la difficoltà del linguaggio e l’oggetto della semiotica, della semantica e della pragmatica in particolare. Ora io credo che proprio la pragmatica dimostri che la nozione epistemologica di verità valga per la scienza quando interpreta fatti, ma sia impossibile con riferimento alla interpretazione della comunicazione, e che tale impossibilità, connaturale al linguaggio, sia resa palese dagli scopi della comunicazione. Se dunque la comunicazione scientifica ha qualche ambizione di veridicità nei suoi limiti storici, l’altra, quella dei mass-media, che insieme ai politici, è passata dai toni apocalittici alla riapertura di fabbriche e scuole, è la ragione principale, non unica, per cui Greta non andrà in gita. Forse.

Flaubert scriveva che la mente umana è paragonabile ad una farfalla che assume il colore delle foglie sulle quali si posa …si diventa ciò che si contempla.

“Parliamo d’altro papa’?


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