Ombre Gialle

Rosetta


Casale, secondo l’Annuario d’Italia, guida generale del Regno di Bontempelli, trovasi in bella situazione, steso in collina, con fertile suolo e aria saluberrima. Sembra più la descrizione di un luogo di cura che di un Paese del Regno d’Italia, con una piscina al centro, anziane donne in accappatoio, e uomini sdraiati con un monocolo agli occhi e un giornale tra le mani. E se notate che qualcosa non quadra, ditelo a Zero. Immagino che chi ha fornito le informazioni a Bontempelli a Casale non si sia fermato se non per un bicchiere di aglianico, più probabilmente una caraffa, alla taverna che era collocata all’inizio dell’abitato, lungo la strada per Frigento. Sarà merito dell’aglianico se Frigento trovasi sopra un alto colle, in ridentissima posizione. Se a Frigento si ride, a Casale si sta stesi. Il problema è quando ci si alza. I casalesi sono per lo più affetti da una serie infinita di dolori muscolari e articolari dovuti all’umidità dell’aria saluberrima che concede qualche pausa solo d’estate, e mai fino al tramonto. A Casale il sole tramonta assai prima per essere il Paese esposto a nord. Il Monte Fato lo ricopre della sua ombra conquistandone le case squadrate, gli orti, gli uliveti, e le restoccie ogni giorno un poco, mano a mano che il sole si abbassa sull’orizzonte. Qualcuno per evitare l’illusione effimera dell’estate preferisce rimanere steso. Ottavio che steso non poteva stare per colpa delle protusioni discali che s’era procurato il venerdì santo sotto la statua della Madonna dell’Addolorata, qualche anno fa pensò di alleviare la sofferenza dell’aria saluberrima con una petizione al Sindaco. Michele Bau fu il primo a firmare. Michele Bau protusioni discali non ne aveva. Aveva un problema ben più serio con il segnale del digitale terrestre che il Monte Fato impediva insieme alle partite dell’Intér di Mourinho. Gianni invece non volle firmare. Gianni è uno che la vita ha reso accorto, ma non tanto da evitargli qualche anno di galera. Aveva notato che la petizione, pure corredata da dati scientifici sulla quantità dell’esplosivo necessario a far saltare la vetta del Monte Fato fino all’altezza del Santuario della Madonna del Buon Consiglio dei Frati Francescani dell’Immacolata, un nome che è già sufficiente alla penitenza, nulla diceva dell’onere dei costi da sostenere per dare una casa a chi l’avrebbe persa. La petizione fu firmata solo da altri due casalesi, e non erano abbastanza. Restò attaccata alla vetrina del bar di Mario fino a qualche settimana prima della sagra della chichierchia che, insieme al granturco, al vino, e all’olio, è uno dei prodotti tipici del fertile suolo casalese, quando venne sostituita dalla relativa locandina.

La sagra della chichierchia si tiene a fine luglio. E’ una festa assai sentita. Alla festa partecipano tutti, anche i casalesi che preferiscono rimanere stesi nonostante il solstizio d’estate, che vengono portati alla festa su comode lettighe ricoperte di angora trasportate a spalla dai più giovani, e sistemati a ridosso della Chiesa di Santo Leucio. Sul sagrato della Chiesa Gilardo che ha più di cent’anni provvede a cucinare, in un nugolo di telefoni cellulari, la zuppa di chichierchie che, dalle mie parti, è stata un grande aiuto per le famiglie contadine fino a tempi recenti, fino a quando della fame s’è perso il ricordo. Gilardo è l’unico che ricordi la fame, e la ricetta della zuppa di chichierchie. La preparazione della zuppa di chichierchie richiede ore. E gli inviti a sbrigarsi perché le batterie dei cellulari si scaricano sempre troppo presto non servono a velocizzarla. Gilardo si muove lentamente tra cubi di guanciale di maiale, sedano, carote, cipolle, maggiorana, agli, e bottiglie d’olio. Gilardo è slow per l’anagrafe. E’ talmente slow che in fotografia viene mosso anche se si impostano tempi brevissimi. E’ per questo che su facebook di Gilardo più che le fotografie girano i videoclip, lenti anch’essi come un film di Bunuel. Uno di Napoli vedendolo all’opera sul profilo di un amico di un amico ebbe l’idea della cucina slow food, e s’è fatto i soldi. E’ venuto a Casale l’anno scorso con un suo amico, il proprietario delle pompe funebri Tanfo. Ed il proprietario delle pompe funebri Tanfo vedendo i casalesi umidi ha pensato di installare un forno crematorio per asciugarli almeno da morti.

Il forno crematorio alla fine non s’è fatto. Don Angelo Mellito si è fatto promotore di una petizione per bloccarne la costruzione. Per un paio di settimane a Casale non s’è parlato d’altro, specialmente su facebook. E la petizione grazie al social sharing del primo pomeriggio, quando i post performano bene sia durante la settimana che nei weekend, ha avuto successo. Qualcuno ha pure provato ad attaccarla alla vetrina del bar di Mario, ma Mario dalle 13 alle 16 ha la saracinesca abbassata per il pranzo e la pennichella, e se n’è fatto a meno. Però l’hanno fatta firmare anche ai bambini della prima elementare che facebook non ce l’hanno ancora, e al massimo guardano le storie di Young Signorino su Instagram. Hanno fatto pure una foto sotto al Municipio, con i grembiuli blu e rosa, e il fiocco rosso, e le maestre, le uniche che sorridevano, che pareva fossero tornate da una gita ai trulli di Alberobello e allo zoo di Fasano.

Ai trulli di Alberobello e allo zoo di Fasano in terza elementare portarono pure me, e i miei compagni di scuola. Era un giorno di maggio. In gita, ai trulli di Alberobello e allo zoo di Fasano, o ai trulli di Alberobello e alle grotte di Castellana, o alle grotte di Castellana e allo zoo di Fasano, si andava a maggio. Era un giorno di maggio perché a Fasano faceva caldo. Me lo ricordo perché dimenticai di farmi dare mille lire da mio padre, e quando chiesi a zio Riccardo di comprarmi una Coca Cola scoprii che egli era contrario alle multinazionali e alla globalizzazione, e che alla sete era sufficiente un fontanino che c’era lì intorno. Zio Riccardo che faceva il maestro ed il candidato sindaco, e prestava i soldi ad interesse, ci vedeva lungo. “Non è pe’ la ciento e la duiciento lire, ma pe’ la mille e la duimila”, amava ripetere. Il giorno dopo in classe venne Cosimo Di Giovanni, il fotografo del Paese, per scattare la fotografia per l’Annuale della Scuola Elementare. Ce l’ho ancora quella foto. I grembiuli sono tutti blu, il colletto bianco, il fiocco rosso. E’ uguale pure il taglio dei capelli, cotonato per le ragazze, improbabile per gli uomini che i capelli li tagliavano sul cavalluccio di ferro di Michele Lo Barbiere, finendo per l’assomigliare a Marty McFly disarcionato da una DeLorean imbizzarrita. Michele Lo Barbiere i capelli li asciugava con l’alito, e il cavalluccio di ferro lo aveva acquistato dopo che il cavalluccio rosso di plastica se n’era scappato per la disperazione. L’unica cosa che ci distingue sono le scarpe che sbucano da sotto i grembiuli, che dicono molto dello status sociale di ciascuno. Io ho dello scarpe robuste, una specie di carrarmati consumati dal Super Santos. Li consumavo specialmente nel garage di casa, in interminabili sfide con Michele Solo’. Michele Solo’ aveva le Adidas Nite Jogger ai piedi, the mark of a winner. Era bravissimo a pallone. Io assai meno. Io al massimo prendevo i pali delle bottiglie di Liundina. E dopo mi toccava pulire il garage dai vetri. Sarà stato per le scarpe che pesavano un accidente, specie a mio padre che le sue scarpe le comprava al mercato dell’usato, e con le scarpe della festa di Cerasiello s’è fatto la nostra comunione e la nostra cresima. Io pensavo che Cerasiello stesse a via Veneto. Ci rimasi male quando durante l’università lo trovai alla Sanità a Napoli, carico di scarpe come un mulo e testardo come un vù cumprà.

“Ciao amico, interessa? Bracciali? Telo? Cappello?”

“No, grazie”

E Cerasiello riprendeva il cammino fino al prossimo ombrellone. Sarà per questo che era magro come Gollum, e bruno come la Madonna del Carmine. «Pasta e pezzienti vanno a ’o Carmene», dicono a Napoli. Da Cerasiello ci andavano i pezzienti, i contadini, gli operai, e la piccola borghesia della mia vallata, i maestri, e gli applicati di segreteria. Quando uscivano da Cerasiello, con due o tre buste per mano, assomigliavano ai cafoni all’uscita dalla messa di Natale, con il cappotto nero, e le pellicce di visone, felici come una Pasqua. Quando mio padre mi portava da Cerasiello per un paio di scarpe nuove io invece mi sentivo un ladro. Mio padre non l’ho mai ringraziato per tutte le scarpe che mi ha comprato. Ho cominciato a fargli una colpa delle sue scarpe imbrattate di calce e di fango, e del berretto di carta di giornale già in prima elementare.

La prima elementare l’ho fatta in una scuola di campagna. Avevo cinque anni, e facevo la prima insieme ai bambini di sei e sette anni, qualche volta, quando uno dei due maestri era assente, ed era necessario unire le classi per evitare che Lucignolo ci portasse fuori a inseguire lucertole e uccidere le ciammarucole, anche insieme a quelli più grandi. Per arrivare a scuola si doveva superare un vallone, scavalcandolo sopra un incerto ponticello di legno, con gli assi spaccati e viscidi, e poi salire una strada che aveva il fondo di ghiaia e foglie marce. Io ci andavo insieme a zio Riccardo. Parcheggiavamo l’auto in una radura prima del ponte, e ci segnavamo la fronte con la croce quando il vallone era gonfio d’acqua. Zio Riccardo con lo stipendio di maestro s’era comprato una Alfa Romeo Montreal arancione, e per fare pendant, un paio di scarpe dello stesso colore, con la suola di cuoio.
L’auto aveva gli interni come quelli delle aquile di Spazio 1999, rombava come il superbolide di Ken Falco, e profumava di nuovo, ma non come le auto costruite dopo il terremoto che profumavano di Arbre Magique, e quelle di oggi che non profumano di niente. Era un profumo pungente, un’essenza di pelle, legno, e vernice spruzzata sopra il sudore degli operai che l’avevano assemblata, uguali a quelli che lavoravano alla FIAT IVECO nella piana sotto Casale e che, quando si ammalavano di assemblare autobus, riprendevano a spezzarsi la schiena nei campi e nelle stalle perché la FIAT IVECO era straniera come i piemontesi e i padroni, e la terra e le stalle la religione dei cafoni, una storia secolare scritta con i calli alle mani. I calli alle mani ce li aveva pure zio Riccardo che la scuola l’aveva frequentata d’inverno, quando la “staggione” era finita, e il concorso per un posto da maestro elementare lo aveva vinto studiando di notte. Sarà per far dimenticare i calli alle mani che zio Riccardo aveva una cura maniacale per le scarpe. Le scarpe odoravano di cromatina, e lungo la salita verso la scuola crepitavano saette e fulmini di saggezza. Non come le scarpe di Gort che non facevano alcun rumore, e quando le sentivo era troppo tardi per nascondersi. Sarà per questo che preferisco le scarpe con la suola di puro cuoio italiano. Le scarpe con la suola di gomma raccontano storie che finiscono sempre per farmi star male.


Quanto a zio Riccardo in un momento di saggezza mise incinta Rosetta. Zio Riccardo, assai prima che il mondo, con le mani che tremavano per il caffè di Diana, voltasse pagina pensando ad una nuova storia, e finendo per scriverne una uguale, era fidanzato con Anna. Io Anna non me la ricordo. E’ una donna che mi tiene in braccio in una delle polaroid del mio primo compleanno. Io sembro un bambolotto, biondissimo, le guance rosse, e la corda che mia madre tirava per farmi dire “mamma” nascosta in un tutù blu, lei che assomiglia a Mina. Anna e Rosetta erano sorelle. Si somigliavano parecchio. Sarà stato per questo che zio Riccardo mise incinta Rosetta, e Anna morì per un’ischemia cerebrale da crepacuore. Morì insieme alla madre, zi Vincenzina. Le portarono insieme al cimitero, la figlia davanti, la madre dietro, come durante la processione del venerdì santo, e Rosetta con la pancia del settimo mese di gravidanza e i piedi allargati, sorretta da zio Riccardo e dagli Eterno Riposo.


Zi Vincenzina di Eterno Riposo ne aveva detti parecchi. Aveva seppellito due figli maschi ed il marito maestro, zi Tore. Oltre agli Eterno Riposo zi Vincenzina aveva dovuto recitare parecchi atti di dolore dopo che zi Tore l’aveva messa incinta, e secondo le malelingue del Paese pure prima. Zi Tore non l’aveva sposata subito. Per diversi anni avevano portato a spasso quella vergogna, zi Tore avanti, impettito nel tabarro nero sopra il doppiopetto marrone, e Zi Vincenzina dietro insieme a Rucchino, vestito come fosse la sua prima comunione, con la camicia, le bretelle e il papillon perché il figlio illegittimo di un maestro è più legittimo di un cafone. Rucchino aveva fatto da paggetto il giorno del matrimonio, ed era morto durante uno spot di Carosello schiacciato dalla televisione. L’altro figlio era nato al termine di un travaglio di diversi giorni, cianotico per l’anossia, ed era stato finito dalla mammana a forza di schiaffi per farlo respirare. Così aveva stabilito il maresciallo Rocco Storti da Pietralcina.
‘Lei è un fenomeno ispettore, non sbaglia mai!’, gli aveva detto il procuratore della Repubblica leggendo i risultati dell’autopsia.
‘Non è esatto. Anche io ho commesso un errore, non ho mai usato la brillantina Linetti!’.


Il maresciallo Rocco Storti era calvo. Invece zi Tore aveva la pancia. Per sciogliere la pancia cominciò a ingurgitare litri di Olio Sasso. La pancia non diminuì ma zi Tore morì d’infarto. Pure zi Vincenzina morì d’infarto. Zi Vincenzina era analfabeta, e un maestro le era bastato. Sarà per questo, perché non esistono addii, solo storie che non finiscono, che Rosetta non ha mai voluto acquistare una televisione, e zio Riccardo fuggiva la noia salendo al bar di Mario a giocare a Tressette, e a litigare per un napoletana a coppe e tre assi non accusati, e per la politica. Non che non si volessero bene. L’affetto lo avevano appreso poco alla volta, ma non avevano da condividere nulla che non avesse gli odori della cucina e del bucato. Dopo qualche ora trascorsa al bar di Mario, sulla strada che lo riportava a casa, zio Riccardo sentiva che Rosetta gli era mancata. Nel pensiero di Rosetta zio Riccardo ritrovava la calma. Arrivato a casa dimenticava di dirglielo, e provava rabbia per i pensieri che gli si ingarbugliavano in gola, per avere pensato che quella donna che l’età aveva reso corpulenta, e la solitudine sciatta, potesse essere qualcosa di diverso da una vista che lo offendeva, e dai ricordi che lo innervosivano e gli rubavano le parole, e per non poterne fare a meno. Dopo qualche sguardo imbarazzato alle proprie nudità zio Riccardo e Rosetta si coricavano in silenzio, guardando il muro ciascuno dalla sua parte, rassegnati, abbracciati a volte quando zio Riccardo aveva vinto qualche partita di Tressette più del dovuto, e la sera di Natale.


Zio Riccardo e Rosetta hanno avuto quattro figli. Li hanno concepiti tutti la sera di Natale. Sono nati tutti il giorno della vigilia di San Michele salvo l’ultimo che è venuto alla luce il giorno del concerto di Fausto Leali. Zio Riccardo voleva andare al concerto, e invece dovette accompagnare Rosetta a sgravare all’Ospedale di Ariano Irpino. Quel giorno era freddo e pioveva. Me lo ricordo perché poi il concerto non si fece nonostante San Michele avesse fatto il miracolo di squarciare con la spada il cielo umido e plumbeo sopra Casale. Fausto Leali per ripararsi dalla pioggia e dal freddo aveva cercato la compagnia dell’aglianico, e l’aveva trovata a casa di Tommaso Peroni pensando che uno con un cognome del genere fosse innocuo. I casalesi si radunarono sotto il balcone di Tommaso Peroni, furiosi per la festa mancata, l’oltraggio a San Michele, e il miracolo dell’acqua trasformata in vino, e Fausto Leali, per paura più che per onestà, dovette risarcire tutto, il prezzo pattuito per il concerto con il Comitato Festa ed il costo dell’aglianico che a Casale costa caro specialmente quando è stagionato. Zio Riccardo era arrivato tardi per trasformare la protesta in voti. Era stato sorpassato a destra da Nicola Cadetti, il presidente del Comitato Festa, che, per aver ottenuto lo storno pure dell’ultima fetta di sopressata, venne eletto sindaco.


Zio Riccardo si ritirò a vita privata, e trascorse gli ultimi anni della vita esibendosi come domatore di cani randagi al circo di Rosetta.


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