The Long Road

Ndasuunye ogni mattina mi chiede come va. Io indico il cielo. Ndasuunye riesce a sorridere anche a questo cielo perennemente grigio, forse perché è abituato ad un cielo dove il grigio delle nuvole è raro, e atteso come una benedezione. Per me questo lunghissimo inverno che comincia con la festa di San Michele, il sabato del villaggio, e termina brevemente a giugno tra l’anoressia delle spighe, e i  covoni di case aggrovigliate e storte, è infine un destino scritto nella carne, l’epigenetica del luogo. Me ne rendo conto quando nel mio ufficio entra Anna Maria. Anna Maria è di Salerno, ha l’azzurro del mare negli occhi, e il sole sulla labbra, il profumo di salmastro e di resina di pino che respiravo da bambino in qualche luogo dove mio padre mi portava per i castelli di sabbia e i bagni di iodio. 

E’ il ritratto di un mondo quasi dimenticato, vinto dal mainstream della produzione e della performance. In italiano la vacanza rimanda anche ad una assenza, e nei dialetti meridionali, nati tra i campi, e nei mesi estivi, quelli d’un lavoro tanto duro da non ammettere defezioni, finisce per essere un rimprovero, per designare l’ozio. Gli inglesi usano il termine holiday: il settimo giorno Dio si riposò, ad indicare che l’ordine può anche essere spezzato, rotto. Questa rottura, sono convinto, è soprattutto uno strumento di conservazione di quello stesso ordine che pretende di rompere, e che oggi, perennemente e inevitabilmente connessi, non riusciamo neanche a scalfire. Questo è il suggerimento di Marcuse, di Eros e Civiltà, del quale si potrà anche non condividere la cura, ma occorre riconoscere la bontà dell’analisi. 

L’ordine del resto è la mia maschera. Ho una cura maniacale del mio spazio. Il disordine è invece la regola del mio tempo, un tempo che fugge continuamente in avanti, che dimentica il grigio intorno per proiettarsi nella luce dell’estate. Michel Foucault parlava di eterotopia per indicare “quegli spazi che hanno la particolare caratteristica di essere connessi a tutti gli altri spazi, ma in modo tale da sospendere, neutralizzare o invertire l’insieme dei rapporti che essi stessi designano, riflettono o rispecchiano”. All’eterotopia io aggiungo l’eterocronia. 

Il Marocco ad esempio, quello ritratto nella foto, consente entrambe le cose, la lontananza nello spazio e nel tempo. E’ una conceria a Marrakesh, persa tra i vicoli della kasbah. Un ragazzo del luogo si offrì di accompagnarmici. Finii per litigarci ché pretendeva d’essere pagato per quello che io avevo scambiato per un gesto di gentilezza. All’ingresso mi infilarono due rami di menta nelle narici: la puzza di cadavere, l’afrore della calce che viene usata per togliere il pelo e per la sbiancatura delle pelli, il leppo della merda di piccione che serve per ammorbidirle era insopportabile, come il senso di morte, il sangue, e i peli degli animali, sopra i quali passeggiavo per trovare un’inquadratura che raccontasse la mia Genesi. 

E’ questo che amo dei viaggi, una rottura che abbia almeno la parvenza d’un allontanamento, “la festa del Gerewol dei nomadi Bororo, un concorso di bellezza maschile nel cuore delle savane del Ciad in un’alternarsi di danze e canti ipnotici, gli Hadjarai nella regione del massiccio del Gueraun, il caldo atroce, le capanne in paglia e bambù per poter dormire la notte su delle brande, l’Erta Ale dove si dorme per terra nei sacchi a pelo con ratti che ti passano accanto…Ma dove pensava di andare? Alle Seychelles, cara stefi123?”



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