The trip

“Sai papà, quando ero piccola, ed il cielo era come è adesso, grigio, e poi all’improvviso s’apriva un poco, e da quel buco azzurro filtrava un raggio di sole che sembrava solido, come una strada…io pensavo che in qualche casa nascesse un bambino”.

La foto di Greta e Conny, questa foto di Greta e Conny, una foto che amo, una icona di una paura che diventa sempre più difficile da sopportare, la paura del distacco, le ombre sullo sfondo, e le poche certezze ai loro piedi, e d’una speranza, della speranza che siano capaci di amarsi e di sostenersi al di là dei muri che la vita frapporrà loro, l’ho scattata quando…la scuola era sicuramente finita, il grano, nei campi intorno, era ancora alto, dunque fine giugno, o inizio luglio…ma di che anno? Non ricordo, forse era il 2012, ma per fortuna c’è il RAW, i dati exif che mi consentono di non perdere del tutto il tempo dei ricordi. I ricordi dei miei figli quando erano piccoli sono questo, spesso, un raggio di sole che buca un cielo che diventa sempre più grigio. Non è depressione, è consapevolezza.


Conny, piccolissimo, è stato ricoverato per diverso tempo al II° Policlinico di Napoli per intolleranze alimentari multiple. Quando mi era possibile, raggiungevo lui e sua madre al termine della giornata lavorativa, da Melfi dove lavoravo allora. Raggiungevo Napoli stanchissimo, e mi capitava spesso di perdermi nei meandri di una Sanità labirintica. Conny era ricoverato al 4° piano di uno tra i tanti padiglioni dell’ospedale, io presi l’ascensore per il 3°. Oncologia Pediatrica! Un ascensore per l’inferno avrebbe fatto meno male. Ieri sera il dolore si è rinnovato. Ma non ho sbagliato piano.


Stasera la Roma gioca contro il Real Madrid. Qualche tempo fa l’adrenalina avrebbe cominciato a drogarmi dalla sera precedente. Oggi invece parlo della Roma solo per la speranza che sia capace di regalare un sorriso ad E, e che a quel sorriso ne seguano altri più importanti, assai più importanti.


“Ti sento strano”, mi ha detto mio figlio ieri sera mentre mi inerpicavo per i tornanti verso casa. Mi stranisco spesso. Mio figlio va a scuola a Sant’Angelo dei Lombardi. Lungo la strada, al ritorno, ci sono un paio di curve dalle quali si gode una vista meravigliosa della Valle dell’Ufita, i campi bruni o dorati circondati dalle vette dell’Appennino e da boschi che sembrano sterminati. In auto c’è spazio per la prossemica, dunque sembrerò innamorato, e non stranito, mentre penso a immagini che sono quelle d’un rifugio, e d’una prigione insieme, a fotografie che porto nella tasca dei mie jeans quando ancora riesco a indossarli, e alle fotografie che non ho scattato, che fanno male, e danno alla testa come un rhum della Deco’.


“Alcuni anni fa – non importa quanti esattamente – avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che m’interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo. È un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione. Ogni volta che m’accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell’anima mi scende come un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie di pompe funebri e di andar dietro a tutti i funerali che incontro, e specialmente ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in istrada e gettare metodicamente per terra il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto”.


Tempo fa lessi che Moby Dick è il libro che maggiormente ha contribuito alla formazione di artisti e scienziati. Mio figlio sta leggendo Moby Dick. Le pagine di Moby Dick fanno parte della materia dei sogni con la quale cerco di dare una profondità al mio ruolo genitoriale, o è forse una trappola? Tra i libri che mi trascino dietro, e di cui leggo quando posso una pagina di qua, una di là, c’è Marcuse, un compagno di viaggi che ha l’abito ingiallito della carta. Ho il sospetto che Moby Dick sia “il principio normativo dei rapporti umani nella società industriale avanzata”, la maschera della performance. “Non ha senso parlare di liberazione ad uomini liberi, se non apparteniamo alla minoranza degli oppressi. E neppure ha senso parlare di repressione ad uomini e donne che godono oggi di una libertà sessuale maggiore di quanta ne abbiano mia avuta in passato. Ma la verità è che questa libertà e questo appagamento stanno trasformando la Terra in un inferno”. La mia libertà coincide con il “mettermi in mare”, o il “mettermi in mare” è esso stesso un strumento di controllo, il sacrificio della libido sull’altare d’una schiavitù, la schiavitù della produzione, che viene propagandata come l’unica libertà possibile?


E’ questo il punto dove mi spezzo, e prendo a camminare sbieco. Ed è questo il punto in cui mi sento più vivo, quando la rabbia si trasforma lenta in malinconia.


Mia madre mi chiedeva l’altro ieri: “perché non t’accontenti Nico’?”. “Perché noi siamo volontà ma’!”


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