Di cosa sono fatti i ricordi

“Di cosa sono fatti i ricordi” è un libro di Tano D’amico. Tra le tante fotografie attraverso le quali Tano D’Amico racconta la sua testimonianza del nostro Paese, “Carlo” è “il racconto d’una scena di ogni tempo, di ogni luogo”, quella di un giovane ucciso da poteri ingiusti, la madre che lo abbraccia disperato, e cerca di cullarlo. 

Cosa mi interessa di “Carlo”? Per dirla con Barthes, la foto di Carlo Giuliani ripresa attraverso le gambe sghembe di due agenti della Polizia di Stato mi interessa per lo studium, la testimonianza politica, il quadro d’una storia che ha portato alla legge 14 luglio 2017, n.110 che,  dopo anni di feroci opposizioni tra le forze politiche e nell’opinione pubblica, e di nuove immagini  di giovani uccisi da poteri ingiusti, di madri che li abbracciano disperate, e cercano di cullarli, ha introdotto  nell’ordinamento italiano il  reato di tortura, o per il punctum, per quel miracolo dell’empatia che mi è possibile in quanto padre, e per il miracolo della fotografia che mi consente di aggiungere alla foto quello che, senza essere codificato, è già nella foto? 

Il mondo è già e da sempre offerto alla visione, ma senza l’arte, quale che essa sia, è come se noi non avessimo occhi per vedere e per partecipare. Leda e il Cigno è la nuova meraviglia di Pompei. L’affresco, spiega il direttore del parco archeologico Massimo Osanna, «appartiene a una casa affacciata sul lato orientale di via del Vesuvio, in pratica una parallela della Via dei Balconi». La stessa dimora, precisa, nell’ingresso della quale l’estate scorsa era stata ritrovato un Priapo nell’atto di pesarsi il fallo. Il Priapo decorava le fauces della casa, ovvero l’entrata, mentre la piccola camera da letto con il ritratto di Leda si trova all’interno, appena oltrepassato il grande atrio. “Il mito di Leda è dunque il mito d’origine dell’autonomia femminile, del suo desiderio sessuale emancipato dal maschio”, scrive Silvia Ronchey. Le altre Lede della storia dell’arte sembrano concordi con questa interpretazione, nella quale “il cigno non è una bestia. È la figurazione simbolica dei desideri repressi e insieme delle paure erotiche femminili”. In quella di Pompei c’è un di più tuttavia. E non è lo sguardo di Leda rivolto verso chi entra nel cubiculum, l’invito ad unirsi all’orgia, al cigno “dotato di doppio fallo, dove quello proteso nel lungo collo, cui le labbra si accostano in un’appena dissimulata fellatio, prevale sull’altro che si insinua fra le cosce”. In Leda and the swan di Adolf Ulrik Wertmuller c’è lo stesso sgaurdo, se possibile ancora più esplicito, della Leda pompeiana: la Leda di  Wertmuller eccita, la Leda di Pompei “punge”. 

E’ la stessa puntura che provo di fronte ai volti del Fayum. Realizzati tra il I secolo a.C. al III d.C. danno testimonianza di quella che era la società di una provincia romana, nell’oasi del Fayum, in Egitto, dove i romani vivevano insieme ai discendenti dei coloni greci e alle popolazioni locali. C’è un innegabile interesse culturale, lo studium, nel guardare il susseguirsi della acconciature e delle mode da Tiberio a Settimio Severo, ma c’è anche assai di più negli occhi degli uomini e delle donne ritratti, qualcosa che punge, il loro realismo, le parole che sembrano volerci dire, i loro racconti. 

I volti del Fayum ci sono pervenuti nella forma di pannelli dipinti e di sudari applicati alle mummie dei defunti appartenenti all’élite del Fayum. Erano l’evoluzione delle tavole pictae, che venivano conservate come oggetti di culto negli atri delle case romane, che a loro volta erano l’evoluzione delle maschere di cera ricavate dal calco del viso del defunto. Le imagine maiorum a Roma erano un segno distintivo dell’appartenenza al patriziato:  il loro possesso era regolato da una legge, lo ius imaginum, che “rimase prerogativa esclusiva del patriziato finché essi furono i soli ad essere ammessi alle magistrature ordinarie, per poi venire esteso ai plebei che si ritenevano derivati da ceppi patrizi e, infine, a tutti i discendenti di magistrati curuli”.  Cicerone, trattando degli onori più alti che si possano riservare a un romano, parla proprio dello ius imaginum “imago ipsa ad posteritatis memoria prodita”, riferendosi naturalmente al diritto di tramandare il proprio ritratto alle generazioni future. “Le ghirlande dipinte, che vogliono dire? A che serve, Pontico (…) mostrare i volti dipinti degli antenati (…) che frutto c’è nell’avere la possibilità di pavoneggiarsi nella spaziosa tavola genealogica, per grazia di tanti uomini illustri (…) se poi davanti ai busti dei Lepidi si vive una vita riprovevole?”, chiede Giovenale. Cicerone rispetto alle maschere di cera usa spesso il sinonimo simulacrum: il simulacro è l’idolo, è un’epifania che dissimula la realtà ad esso sottesa, e pretende di aver valore in sé. 

La fotografia è appunto un simulacro, una chimica che permette di “captare e fissare direttamente i raggi luminosi emessi da un oggetto variamente illuminato” che pretende di valere e vale in sé e per sé. Usando ancora Berthes, “ciò che io vedo si è trovato là (…), è stato là, e tuttavia è stato immediatamente separato”. La Leda pompeiana è il simulacro del sesso consumato in quel cubiculum, e della distruzione che ne ha seppellito la musica: è quello che “punge” in quel volto, quello che resta solo accennato, quello che io aggiungo di mio, l’erotismo della civiltà greco-romana, le radici giudaico-cristiane della mia cultura, Sodoma e Gomorra, qualcosa che è stato, e non è più, un aoristo che ora vive in uno spasimo senza forma e senza tempo. Ma Leda è stata? E’ il ritratto d’una donna o la raffigurazione d’un desiderio? E’ quello il miracolo della fotografia che alla pittura sfugge, il calco di ciò che è stato e che ora non è più.

Di cosa sono fatti i ricordi? Di tempo, mi dico mentre guardo le mie fotografie e parlo con te. “C’è del ghiaccio nel mio bicchiere e l’ho persa ancora una volta. Mi rattrista non avere Kelly, ma sono grato che lei fosse con me su quell’isola. E adesso so cosa devo fare, devo continuare a respirare”… perché domani il sole sorgerà e chissà la marea quale fotografia può portare…




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