Il medium è il messaggio

IMG_1535Ho scattato questa foto pensando a McLuhan, al medium televisivo, e alle nostre vite, sfocate, transuenti,  uno spettacolo che si rinnova ad ogni passo, e che la rottamazione delle vecchie tecnologie a vantaggio delle nuove trasforma in uno spettacolo con pretese di autorialità. Se la fotografia è, come credo, un linguaggio, occorre tuttavia avere qualcosa da dire.

“Sono spesso tentato di mettere due fotocamere, naturalmente leggere, alle orecchie di Rocco e portarlo in giro, magari in una grande città: sono convinto che uscirebbero foto migliori di tante che si vedono in giro. È pazzesco, ormai sono tutti fotografi, perché scattare foto è più facile che leggere, scrivere, pensare, parlare con gli altri. Arrivano da me e: “Può guardare il mio book?…Invece o sei un autore o non sei niente. Pensiamo alla matita: la gente normale se ne serve per segnare numeri di telefono mentre Einstein ci ha scritto la formula della relatività. Non so se mi spiego”. Rocco è l’asino di Oliviero Toscani. E prima, Henri Cartier-Bresson osservava che ““chiunque può scattare fotografie. Sull’Herald Tribune ho visto quelle di una scimmia che si destreggiava con una Polaroid, con la stessa abilità di molti proprietari di quella macchina”. Oggi che siamo sommersi dalle fotografie le considerazioni di Toscani e Bresson vanno forse rilette alla luce d’una funzione della fotografia resa possibile dalle nuove tecnologie, la fotografia della condivisione.

“Il medium è il messaggio” è la tesi del sociologo Marshall McLuhan. McLuhan riteneva che nello studio dei media occorre prestare attenzione non solo ai contenuti, ma alle modalità di trasmissione degli stessi, peculiari a ciascun medium. Per intenderci basta il riferimento ad un’intervista al sociologo canadese realizzata da Eric Norden nel 1969. “La TV”, afferma McLuhan, “sta rivoluzionando tutti i sistemi politici del mondo occidentale. Un esempio su tutti ne sia il fatto che essa sta creando un tipo completamente nuovo di leader nazionale, un uomo che assomiglia molto più a un capo tribale che a un politico. Castro è un buon esempio di nuovo capo tribale che guida il suo paese attraverso un dialogo e un feedback televisivo basato sulla partecipazione di massa; egli governa il suo paese attraverso la telecamera, dando al popolo cubano l’esperienza di essere direttamente e intimamente coinvolto nel processo decisionale collettivo. L’abile amalgama d’istruzione politica, propaganda e guida paternalistica creata da Castro è il modello per i capi tribali in altri paesi. Il nuovo politico di spettacolo deve letteralmente, e figurativamente, indossare il proprio pubblico come indosserebbe degli abiti e trasformarsi in un’immagine tribale collettiva—come Mussolini, Hitler e F.D.R. nei giorni della radio e come Jack Kennedy nell’era della televisione. Tutti questi uomini erano imperatori tribali operanti su una scala fino ad allora sconosciuta al mondo, proprio perché essi padroneggiavano i propri media…”. La TV, come la rete, è, nell’elaborazione di McLuhan, un medium freddo: consente, e anzi, esige, la partecipazione dello spettatore che riempie il racconto con la sua immaginazione e la sua cultura. La trasmissione televisiva di uno “spettacolo” violento opera diversamente da quella stessa violenza raccontata da un libro.

Cos’è la fotografia della condivisione? Innanzitutto, occorre osservare come la rete abbia in una certa misura assorbito i media di cui si serve. Essi continuano a conservare le loro pecularietà, la loro “temperatura”, per cui una fotografia continua ad essere un medium caldo, esaurendo in sé stessa tutta l’informazione, ma l’interazione con la rete ne trasforma in parte la temperatura trasformandola nella sineddoche di un racconto. E il racconto, come e più della singola fotografia, è un esorcismo della morte. “Stanno tutti bene”, dice Matteo Scuro  sulla tomba della moglie.

La fotografia della condivisione mi lascia indifferente in quanto fotografia. E’ qualcosa di diverso dalla fotografia autoriale che, per contro, non comprendendone la funzione, se ne sente offesa. Mi incuriosisce per contro sotto il profilo antropologico. Ciò che invece mi spaventa è il Ph, la presunzione di trasformare la fotografia di condivisione in fotografia autoriale. Si tratta di linguaggi diversi: “pensiamo alla matita: la gente normale se ne serve per segnare numeri di telefono mentre Einstein ci ha scritto la formula della relatività”.

Wittgenstein affermava che “i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”. E’ ben possibile che un bambino di un anno padroneggi vocabolario, grammatica, e sintassi, e si vanti del Ph, e organizzi workshop sull’uso del medium fotografico. Il genio esiste.

“Lui è un genio, la tua amica è un genio, il tuo ex-marito è un genio… Ma lo sai che conosci un sacco di geni tu? Frequenta qualche cretino, ogni tanto, imparerai qualcosa.”


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