Sens Of Time

Varanasi. Cercavo una fotografia che potesse descrivere la mia Varanasi, e il caso mi ha proposto questa. “La fortuna non esiste: esiste il momento in cui il talento incontra l’occasione.”, affermava Seneca. Il mio non è talento: si tratta solo di quel minimo di informazioni che sento necessarie prima di affrontare un viaggio.

Varanasi la si può descrivere in mille modi diversi. La cartolina che ogni turista porta via da Varanasi la descrive come la città sacra degli induisti: “ogni Induista, almeno una volta nella sua vita, deve essersi recato a Varanasi e qui deve immergersi nel sacro fiume Gange almeno da 5 diversi ghat (rampe di scale di pietra che terminano all’interno dell’acqua del fiume). Ogni mattina all’alba, gli Indù iniziano a compiere dai ghat le proprie abluzioni”

” Secondo l’induismo l’unico posto della terra in cui gli dei permettono agli uomini di sfuggire al samsara, cioè all’eterno ciclo di morte e rinascita, è la riva occidentale del Gange a Varanasi, perciò nel corso dei secoli milioni e milioni di induisti sono venuti a morire qui”

Per me Varanasi resterà una domanda irrisolta, le cui risposte giacciono forse tra il caos di un traffico che da’ alla testa, negli occhi di un moncone d’uomo che si trascinava strisciando per strada tra tuk-tuk, motorini, motociclette, vacche, nugoli di cani randagi che si azzuffano, uomini e donne, vecchi e bambini, e la spazzatura accumulata ad ogni angolo, e le fogne, e la cenere della vita e dei pensieri.

Varanasi ti riduce nella cenere delle sue pire: i colori, i profumi sono troppo saturi, le immagini semplicemente troppe.

Ho messo via la reflex. Mi serviva il silenzio della musica sparata nelle cuffie, Where The Streets Have No Name. Stairway To Heaven o
Highway To Hell? Quello che vedo sui ghat è la confusione tra il sacro, e uno spettacolo messo su per turisti affamati di cartoline e di misticismo e di cui i sadhu sembrano essere i registi.

Non è la prima volta che sento la reflex come un’appendice da tagliare, o almeno da accompagnare ad un taccuino e ad una matita. Non sopporto questa fretta, la violenza d’una lente che pare orgogliosamente ignara della storia, della tradizione, e del rispetto soprattutto. Gli occhi dei bambini sembrano l’unico porto sicuro, l’unica possibilità di innocenza.

L’innocenza del cigno, dunque. Zeus si trasformava in cigno per dissimulare il desiderio sessuale, e conquistare i favori di Leda. Al netto del simbolismo erotico del suo lungo collo, un erotismo che a Varanasi è del tutto assente, e che manca nella misura in cui Thanatos pretende la leggerezza di Eros, e non la presenza di corpi troppo magri o troppo grassi, il cigno è il simbolo universale dell’innocenza e della purezza. Nell’iconografia cristiana è associato alla Vergine Maria. Nell’induismo è il veicolo (vaahan) di Sarasvati, la consorte di Brahma, una bella donna vestita di bianco, il colore della purezza e dell’innocenza.

Il Sarasvati era un antico fiume che scorreva parallelamente all’Indo, lungo il quale si sviluppò la civiltà della valle dell’Indo. Si stima che il fiume scorresse attraversato il deserto del Thar tra un milione e 40.000 anni fa e il suo corso si sia poi spostato verso ovest in conseguenza dei cambiamenti climatici e dei terremoti. Oggi pare che la sorgente himalayana del Sarasvati renda ancora possibile un suo corso sotterraneo nel deserto del Rajasthan. Certo è che quella stessa sorgente è quella che alimenta il Yamuna che dopo aver percorso un tratto dell’antico letto del Sarasvati finisce oggi per diventare un affluente del Gange.

Non fu solo il Sarasvati a svanire tra le sabbie del deserto del Rajasthan, ma la stessa civiltà dell’Indo: “seguendo lo spostamento del fiume, gran parte della popolazione che abitava le sue rive si spostò nella valle del Gange”, perdendo la memoria di un passato di cui non restano che mattoni e qualche iscrizione indecifrabile, scoperta solo agli inizi del secolo scorso.
Nel Vedanta Sarasvati è identificata con l’energia del pensiero da cui nasce la parola, la base della memoria, e la base della conoscenza.

Volando a cavallo del suo cigno in direzione della valle del Gange, Sarasvati ha perso la sua innocenza, trasformandosi dalla divinità di un culto animista nella dea d’una religione. Ma quell’innocenza la si può ancora cogliere nel letto delle rughe dei vecchi che ti chiedono qualche rupia portando la mano alla bocca.

Basta fermarsi un po’ di più del tempo d’una fotografia. O cercare una fotografia più gentile di quella che spacca.


2 risposte a "Sens Of Time"

  1. La mia macchina fotografica è una sorta di seconda pelle per me, ed è parte fondamentale di un viaggio, ho sempre la paura di perdermi un dettaglio, non scorgere quel particolare che fa la differenza e soprattutto è l’unico modo per tenere con me delle immagini per sempre, dei ricordi, delle sensazioni provate. Poi ci sono posti come quelli che hai descritto, che non potresti dimenticare neanche se volessi, ed a quel punto è per onestà con se stessi, che sì, la reflex diventa quasi un appendice innaturale che giustamente va rimessa nello zaino, perché no, non hai bisogno di una fotografia per fermare certe cose…

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  2. Condivido i tuoi sentimenti rispetto alla macchina fotografica, e, credo di intuire, anche rispetto alla fotografia che è un linguaggio meraviglioso, e difficilissimo, che sto provando ad imparare e padroneggiare. Ma penso che come tutti i linguaggi corra il rischio di dimenticare i suoi soggetti e le sue storie, di limitarsi ad un’impronta senza lasciare spazio a quello che sento necessario ad ogni linguaggio, l’umanesimo. Sono stato a Tuol Sleng, il museo del genocidio di Phnom Penh, e ad Auschwitz e Birkenau qualche mese fa: ho trovato insopportabile la mancanza di interesse per le loro storie, quelle scritte nelle didascalie delle fotografie e raccontate nelle audioguide, l’uso compulsivo di reflex e cellulari, l’assenza o la brevità dell’emozione. Varanasi è stata la conferma d’un modo di un linguaggio che a forza di cercare nuove parole finisce per essere superficiale, strumentale ai like su facebook o 500 pxm, qualcosa che in ogni caso, giusto o sbagliato che sia, sento estraneo. Mi piacerebbe per contro superare la timidezza di un inglese che sento imperfetto, insufficiente ad una conversazione autentica, un altro linguaggio che spero di migliorare

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