Niente paura

Era una domanda che mi portavo dentro da un poco. Ho approfittato di una pausa nei nostri dialoghi di fisica e videogiochi, ho provato a darmi un contegno in modo che la voce non mi tradisse e sembrasse che stessi facendo filosofia e te l’ho chiesto.

“Secondo te ho fatto bene ad educarti in maniera laica? A non darti un muro cui appoggiarti quando diventa difficile?”

“Papà se ho da scrivere un libro, preferisco che sia mio, senza commenti e sottolineature”

Ho pensato a Malevic, ad un quadrato bianco su fondo bianco. Il quadrato bianco su fondo bianco era un mio vanto fino a qualche anno fa. In realtà, quel quadrato non è mai stato davvero completamente bianco: c’erano impresse le mani di mia madre quando da bambino, mi insegnava a segnarmi con la croce. E Dio, un qualche dio costruito a mia immagine e somiglianza in modo da scordare il dio di chi vedevo in chiesa, ma a cui poi dare conto e in cui sperare, non è mai stato del tutto un estraneo. Poi, una donna mi ha offerto una prospettiva diversa, un cuore in cui riposarmi e sperare. Vorrei telefonarle dopo tutto questo tempo ma temo che parlarsi davvero sia difficile, e che le parole servano solo a ferirsi. E io poi sono stanco, stanco di provare a capire e non vedere sforzo alcuno di capirmi, e stanco di essere forte anche quando avrei bisogno di aiuto, di un abbraccio. Avrei bisogno di un telefono come quello di ET, di chiamare casa qualsiasi cosa questo significhi, ovunque sia una casa e un senso.

Il telefono di mio nonno è stato uno dei primi telefoni del mio paese. Dopo che i miei nonni sono morti e dopo che il cellulare ha reso la linea fissa utile per lo più solo alle connessioni via cavo, dorme come un  gigante a cui è stata staccata la spina, su un mobile in noce scura che ha qualche anno meno di lui e quasi se la ride di essere ancora in vita sotto elenchi e rubriche telefoniche ingiallite e post it appuntati di frammenti di telefonate. Il telefono è in bachelite, massiccio e nero come il lutto che fino a qualche decennio addietro si indossava di fronte alla morte, e con il caratteristico selettore a disco, quasi una ghigliottina per dita appena più grassocce delle mie.

Qualche anno fa, me lo portai a casa mia usandolo come arredo vintage di un mobile di mogano, un ampio parallelepido alto una decina di centimetri quasi coricato sul pavimento, levigato in modo che sia facile da pulire della polvere e privo d’anima come ogni idea pensata per l’urgenza del moderno. E forse proprio per illudermi di un’anima o che qualcuno potesse ancora chiamare, più probabilmente perché la presa tripolare era nella parte là vicino, anch’essa simbolo di una vita che era morta e poi ricominciata mille volte, lo avevo collegato alla rete telefonica disdettata dopo che i miei ragazzi erano andati via di casa una mattina di settembre.

Il telefono prese a squillare mentre ero sotto la doccia. Non ne riconobbi subito il suono, anche perché che squillasse era del tutto improbabile. Alla fine risposi e per qualche frazione di secondo, sperai che fosse mio nonno o mio padre e in una vincita al lotto, e non la TELECOM che aveva pasticciato nella cabina antistante la mia abitazione. Cercavano Laurina che allora, aveva qualche anno meno dei suoi 115 anni e assai più vita sociale di me.

La voce di mio nonno, quella di mio padre, quella di tanti, non le ricordo più. E questa cosa mi offende, al pari della malattia, al pari della morte. Forse per provare a ricordare, potrei andare a Otsuchi. Otsuchi è in Giappone, affacciata sull’Oceano Pacifico. Appena fuori da Otsuchi, su una collina dalla quale si vede la linea dritta dell’orizzonte lontano, c’è una cabina telefonica di vetro, e al suo interno un telefono nero collegato al nulla, e un quaderno. Quel telefono è il celebre Wind Phone, il telefono del vento (Kaze no Denwa in giapponese) creato un anno prima dello tsunami, da Itaru Sasaki, dopo aver perso suo cugino, per continuare a parlargli.

Da quando lo tsunami del 2011 ha poi devastato la costa giapponese, causando la morte di quasi ventimila persone, migliaia di uomini e donne in lutto hanno visitato quella cabina per chiamare i loro cari perduti. I visitatori compongono il numero del loro parente. Non bisogna inserire monete o gettoni. Si può anche solo ascoltare. Il rumore del vento, i propri ricordi. Oppure, invece, si parla: di sé, con sé, o con chi non c’è più.

Ho appreso questa storia leggendola su qualche giornale. Qualcun altro conoscendola prima, ha riproposto il telefono del vento anche nel nostro Paese. Ne esistono molti, in diverse regioni, segno che la necessità di conforto, la mancanza di qualcuno, la speranza, hanno una diffusione ed una profondità che va oltre tutto quello che ci rende diversi ed estranei. In quell’esperienza tuttavia, c’è un’altra cosa che si palesa e mi pare ci accomuni: l’incapacità delle parole che non ti ho detto, dell’eco della carne, del sangue, delle viscere, di mostrare l’anima a chi finalmente amiamo.  Alla fine, poco a poco, senza rendercene conto, ci costringiamo ad essere una sfumatura, un quadrato bianco su sfondo bianco, bianco solo per l’illusione dell’innocenza. Io non sono da meno. Non so perché, se per una educazione ad una virilità che non ammette sprechi e debolezze, o per una vita alla quale le parole sono servite a poco, a uno, a nessuno e a talmente tanti di cui non è rimasto nulla.  E soprattutto, non saprei da dove cominciare ora, soprattutto ora che le parole si ingarbugliano tra i silenzi e vengono fuori stupide e umide. Saprei dove finire. Te lo scrivo qua, ora che ho capito cosa davvero significhi: ti amo.

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