Father in military-style clothing hugging young son in visiting area

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CORPEOPLE

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A marzo, in occasione della festa del papà, che nel nostro Paese coincide con la festività di san Giuseppe, mi è stato chiesto di scattare alcune fotografie ai detenuti durante il loro incontro con i familiari. Le stampe le ho avute qualche giorno fa. Spero che le fotografie siano piaciute, che siano un ricordo prezioso in questo tempo che resta.

Per i detenuti ho appreso in questi anni, la fotografia e le fotografie contano più di quanto ordinariamente avviene nel mondo di fuori al carcere: non si tratta più di memoria e testimonianza ma di presenza, di permanenza di quella umanità che è riconosciuta dall’art 2 della Costituzione come preesistente allo Stato, propria dell’essere umano come individuo e come membro delle diverse formazioni sociali nelle quali la personalità umana si svolge. Si dice che nell’art. 2 della Costituzione è riconosciuta, non creata, la dimensione personalista e pluralista dell’essere umano, e richiesto allo Stato l’adempimento di doveri inderogabili di solidarietà che possono far sì che quelle dimensioni non siano mere enunciazioni di principio. “Dopo che si è scatenata nel mondo tanta efferatezza e bestialità, si sente veramente il bisogno di riaffermare che i rapporti fra gli uomini devono essere umani”, si legge nella Relazione del Presidente della Commissione per la Costituzione Meuccio Ruini che accompagna il Progetto di Costituzione della Repubblica italiana.

Quanto al principio personalista, “il diritto di realizzare, nella vita di relazione, la propria identità sessuale…è aspetto e fattore di svolgimento della personalità che i membri della collettività sono tenuti a riconoscere, per dovere di solidarietà sociale” (sent. C. Cos. n.161 del 1985); Dunque, essendo la sessualità “uno degli essenziali modi di espressione della persona umana, il diritto di disporne liberamente è senza dubbio un diritto soggettivo assoluto, che va ricompreso tra le posizioni soggettive direttamente tutelate dalla Costituzione ed inquadrato tra i diritti inviolabili della persona umana che l’art. 2 Cost. impone di garantire” (sent. C. Cos. n.561 del 1987). E che la sessualità sia un modo dell’essere umano, e forse insieme alla cura della prole, il più importante se vuole darsi il giusto credito alle tesi di Desmond Morris, è dimostrato dalle foto che talvolta mi è capitato di vedere in giro nelle mie peregrinazioni carcerarie. La donna spogliata assume un significato diverso dal semplice erotismo, reso ancor più evidente dal suo accompagnarsi ad un calendario che segna insieme la pena scontata ed il tempo che manca: non accende il desiderio ma apre e lascia aperta una finestra sul mondo che si è perso e che si spera di ritrovare. Eros da dietro una porta divelta, ha appena il tempo di affacciarsi, immediatamente ripreso da Eleutheria e Afrodite che minacciano di fargli a pezzi l’arco e le frecce.

Del diritto alla sessualità in carcere si è parlato già nel 2012 allorché la Corte Costituzionale aveva rigettato la questione di incostituzionalità dell’art 18 dell’Ordinamento Penitenziario giacché “il richiesto intervento ablativo non sarebbe di per sé sufficiente ad ottenere il riconoscimento del diritto, presupponendo una serie di scelte discrezionali del legislatore in ordine non solo a modalità e tempi di attuazione, ma anche in relazione a quel processo di bilanciamento che vede contrapposti il diritto in questione e le esigenze di ordine e sicurezza connaturate alla condizione di privazione della libertà personale”, sollecitando le forze politiche a farsi carico della questione. Se ne è riparlato nel 2024, dopo le modifiche legislative del 2018, quando la Corte ha dichiarato l’illegittimità dell’art. 18 o.p. “nella parte in cui non prevede che la persona detenuta possa essere ammessa a svolgere i colloqui con il coniuge, la parte dell’unione civile o la persona con lei stabilmente convivente, senza il controllo a vista del personale di custodia, quando, tenuto conto del comportamento della persona detenuta in carcere, non ostino ragioni di sicurezza o esigenze di mantenimento dell’ordine e della disciplina, né, riguardo all’imputato, ragioni giudiziarie”.

In carcere, la pronuncia della Corte Costituzionale ha fatto rumore. Anche in chi ha la percezione della necessità di trovare un equilibrio tra i bisogni di ordine e sicurezza e il rispetto insopprimibile della dignità umana, in chi sente in altri termini, che la privazione della libertà non equivale tout court al suo sacrificio ma consente ed esige che alle libertà dell’individuo siano concessi spazi anche importanti, ha finito per prevalere quel senso della pena come vendetta che alla pena appartiene se non altro, storicamente. Credo che nella specie, abbia avuto un ruolo importante anche quel tabù che spesso accompagna la sessualità, specie quando essa è declinata al femminile o riguarda persone anziane: si ha la sensazione di avere a che fare con qualcosa di sporco. Ed il carcere è un non luogo dove la sporcizia ha caratteristiche multidimensionali, riguardando la percezione tanto dei soggetti, quanto degli spazi della reclusone. Nè sono mancate altre considerazioni, quelle che guardavano i costi della sessualità con riferimento agli spazi da inventarsi o acquistare (i moduli abitativi prefabbricati attraverso cui far fronte alla carenza di locali da adattare, hanno un costo di oltre 45000 €) a fronte delle ataviche ristrettezze delle dotazioni degli organici e del materiale, e quelle di chi malcomprendendo le parole della Corte Costituzionale, si è sentito sminuito nella sua professionalità e trattato come un guardone.

In me, il convincimento che quell’equilibrio tra le necessità di ordine e sicurezza e il rispetto insopprimibile della dignità umana che si ritrova in tanta giurisprudenza costituzionale, sia necessario e possibile anche con riguardo alla sessualità, si è fatto spazio prima attraverso la conoscenza delle esperienze maturate in altri Paesi (le Unitès de Vie Familiale e i Parloirs familiaux in Francia ad esempio, ma analoghe esperienze sono presenti in numerosi altri ordinamenti), e la considerazione che intimità e sessualità non siano necessariamente coincidenti e in ogni caso, contribuiscono entrambe alla responsabilizzazione dei reclusi, infine attraverso le fotografie che ho scattato. Molte di queste, impossibili da condividere per ovvie ragioni istituzionali, ritraggono la paura sul volto dei minori che specialmente se di pochi anni, non hanno fatto l’abitudine né maturato la consapevolezza della presenza e del ruolo paterno, e lo scoramento sul viso dei padri al quale il sorriso forzato ad uso della memoria e dell’illusione di una normalità, conferiscono solo più forza e drammaticità.

Non ho foto simili nel mio album dei ricordi. Forse solo perché è mancato chi scattasse una fotografia di me e di Greta nei primi mesi dopo la separazione.

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