A te

Ciao, amore. 18 anni, dunque. Ne parlavi da anni, ci lavoravi da mesi. Non so come lo immaginassi. E non so cosa sogni. Io sogno di vederti felice.

Conny mi aveva chiesto di scriverti qualcosa da leggerti durante quel rito infinito che è diventato il diciottesimo ma sai, io non sopporto di emozionarmi e commuovermi in pubblico. Sono come dici tu con una imperdonabile imprecisione che finisce per farmi sentire più vecchio di quanto non mi senta di fronte allo specchio, un boomer, e della mia educazione fa parte perciò una qualche misura di riservatezza: le parole vanno bene qua, diluite dal tempo su questo blog che chi sa se leggerai mai, gli occhi lucidi fanno parte del privato. Nel privato, non sono bravo neanche a dirti che ti amo. Forse per quella ruggine che qualcuno ha seminato tra noi e che rende veloci e stonate le parole che emergono dal petto: sono troppe e risalgono tutte insieme, finendo per impigliarsi nelle corde vocali e impastarsi nella bocca.

La nostra storia è stata scritta sulle canzoni soprattutto. Ricorderai i CD che registravo per te. Io ricordo il tuo primo vagito, una delle canzoni più belle che ho ascoltato. Per cacciare dentro la gioia scesi giù a lasciare che il calore di due Marlboro, asciugassero le stelle di una notte freddissima di dicembre . Una di quelle Marlboro la ricordo sulle tue labbra. Ricordo il tuo sorriso quando sei entrata nello studio e pareva avessi mangiato la cioccolata e invece era tabacco. Lo avevi preso da una cicca che avevo lasciato nel posacenere e ridevi. Ho riso con te. Poi ho pensato a tua madre e ti ho rimproverato ma continuando a sorridere.

E ricordo le capanne degli indiani e gli igloo degli inuit fatti con i cuscini del divano, le favole che mischiavo finquando tu non ne riconoscevi i protagonisti rimproverandomi sorridendo di rovinare tutti i racconti, tu che mi salivi in braccio per ridere di mitragliatrici e missili che ti facevano il solletico nei fianchi, il primo giorno all’Ouverture e il primo giorno di scuola, tu che ballavi felice in un locale di Bucarest, tu con i piedi nel Baltico, tu con i piedi nell’Atlantico a Nazaré, tu e gli U2, tu e Springsteen.

Due canzoni che vengono dai ricordi, dunque. Basta aggiungere una r e le note diventano la testimonianza di una endiade, delle gioia e dei dolori di questi 18 anni e del tempo che ci hanno rubato e continuano a rubarci. Una endiade come vivere o morire ché la vita è una scommessa fatta con le mani e non sai la somma che ti capita né conosci il l cioccolatino che la sorte ha in serbo per te.

“Sei una meraviglia. Convincitene. Tutto quello che provi, i dubbi e le paure, quel dolore che non sai da dove viene, la speranza di un ti voglio bene, l’ho provato anche io come tutti, tutti forse tranne mamma. Fa parte della crescita. Troverai una misura ma già adesso, respira e senti cosa conta. Conti tu”

E’ strano essere qui, strano essere qui di nuovo. Qua come in un libro di latino, urbi et orbi che ormai un ti voglio bene vale se condiviso e vale di più dal numero dei like. Mi guardo intorno. Molte facce care, altri che pure se cari, vorrei strozzare, altri che strozzerei e basta. Un po’ ve la cavate benissimo, un po’ proprio mi sembrate alieni. Specie a Natale e specie dentro i centri commerciali. L’occasione sono due canzoni. Fa strane cose la musica e sai, tra noi è stata importante: la playlist è ricca e ha preso la forma del tempo ormai. Fa strane cose la musica: spinge a ballare o a scrivere o le due cose insieme e cazzo, io ci provo ma tu mi dici che mi muovo si, ma che muoversi non è ballare. Apprezza l’impegno che’ a ballare con quello che costa il Kikka from the barrel, serve un fisico bestiale. Fa strane cose la musica. Fa immaginare un mondo dove alcuni vivono per vivere, altri per uccidere. Come riconoscerli? Vai al Carro e guarda le persone, sentile parlare: la vita sa essere rabbiosa a volte, e non basta la busta delle compere a migliorarla, nonostante la pubblicità e la tredicesima. Fa strane cose la musica, specie quando you’re Waiting for Daylight. Noi la stiamo aspettando da parecchio, tu soprattutto. Prima canzone, degli A1, come se fosse la prima lettura di una Messa: It seems like all the best things never last, but behind the curve there’s always a new sail, a new light. Don’t give up. Fa strane cose la musica, dicevo. Fa pensare alla stringhe. Conny sta studiando per la tesi. Ha scelto qualcosa che ha a che fare con la teoria matematica a supporto della teoria delle stringhe. L’atro ieri mi parlava di una matematica che risolverebbe l’enigma della teoria quantistica della gravità. Ho rivissuto dentro come un deja vu, un Natale di tanto tempo fa. Gli feci vedere uno spettacolo di magia, un DVD sulla teorie delle stringhe, L’universo elegante di Brian Greene. Conny è stato sempre attento a quello che si muove in profondità. Ieri parlava arabo e io a malapena capisco l’italiano. Non come la madre certo, che è esperta di figure retoriche e di tanta altra roba che a dirla faremmo notte e finiremmo per litigare all’imbrunire. Questioni di orizzonti. Il mio ti parla strano, sei tu, il tuo sorriso. Ringrazio Dio per il tuo sorriso. Thank U di Morissette, la seconda canzone. Thank U perché c’è sempre qualcuno da ringraziare, un bacio da dare, un viso gentile da accarezzare, e una preghiera da recitare. Thank U perché faceva parte del DVD che portammo in Grecia. Le tue gambe scendendo da uno dei monasteri delle Meteore, tremavano, non smettevano di tremare. Tu ridevi. Se le gambe ti tremeranno di nuovo, tu continua a ridere.

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