Scialla

Ornate scales in a desert sunset showing a single gold coin outweighing several stones.

In un’audizione del giugno 2019 davanti al Senato degli Stati Uniti, Tristan Harris, imprenditore con un passato come esperto di etica del design in Google, ha dichiarato: “L’indignazione morale è il sentimento che ottiene il maggior engagement. Per ogni parola di indignazione aggiunta a un tweet, il tasso di retweet aumenta in media del 17 per cento”. L’indignazione obbedisce ad esigenze che l’antropologia ha ben individuato: mettendo in cattiva luce l’altro, evidenzio per differenza le mie qualità e questo consente sia una maggiore probabilità di successo affettivo e riproduttivo, sia di creare reti sociali con finalità di collaborazione e protezione. Io da tempo sto provando a non indignarmi: tenermi lontano dalla tossicità dei social, misurare la qualità e soprattutto, la quantità delle parole, imparare a lasciar correre, concentrarmi sulla bellezza che vedo e sento, rigenerarmi attraverso la solitudine sono gli imperativi che talvolta tradisco.

Qualche giorno fa una socialista, vecchia e acida come tutti i socialisti sopravvissuti a Tangentopoli, ha affermato che “hanno vinto i manettari e i sostenitori del reddito di cittadinanza”. Si riferiva all’esito del referendum costituzionale del giorno prima. Ancora meglio le considerazioni svolte dai suoi interlocutori, i like che dalla contrapposizione tra un nord sviluppato e un sud che vive di assistenzialismo smentita dalla geografia del voto, finivano per addebitare l’esito referendario ad un cocktail con un 2 parti di Tik Tok cinese e una parte di acqua santa della CEI. Sarebbe troppo facile rispondere ma rischierei di offendere. Meglio lasciar correre, semplicemente. Meglio immaginarli ad asciugare le loro rughe nel deserto alle porte di Hammamet, guardandoli con un sorriso di commiserazione. In ogni caso, mi è sembrato che l’acredine sia stato il sentimento principale di chi ha votato sì alla riforma della giustizia, variamente distribuita tra il sentimento di revenge degli elettori di destra per una subalternità culturale che per contro, mi pare sufficientemente provata dall’attualità, il rancore forense per qualche causa persa e il livore per un parente o un affine che si voleva innocente.

A proposito di manettari e sostenitori di reddito di cittadinanza, qualche giorno fa ho accompagnato Greta a votare. Per lei era la prima volta. Era emozionata. Lo ero anch’io la prima volta che ho votato: mi sembrava insieme, di entrare in un mondo che mi appassionava da anni, specie a tavola, nei litigi con mio padre, di diventare cittadino dopo una maggiore età che non aveva significato null’altro che una pizza con gli amici e la prospettiva della patente per pomiciare in auto, e di fare una cosa importante per cambiare un mondo che mi sembrava ingessato nell’ingiustizia, nelle diseguaglianze e nelle tarantelle. L’emozione durò poco, appena qualche scalino delle scale del palazzo delle scuole elementari che allora erano la sede del seggio elettorale. Venni fermato da uno dei maggiorenti del mio paese, un socialista che porgendomi il fac simile di una scheda elettorale insieme a diecimila lire, mi disse con l’autorità delle clientele politiche e il cipiglio dell’età, per chi dovevo votare. Ci litigai di brutto. A diciott’anni si ha l’illusione che il tuo voto possa servire, si avverte la nobiltà di quel diritto sancito dall’art. 48 della Costituzione e soprattutto, la rabbia può essere assai difficile da gestire se non hai i social sui quali tirare pugni. Qualcuno mi portò via prima che le parole degenerassero e mi annoiò per dieci minuti con una filippica sulla saggezza politica dell’anagrafe, provando a mutare l’imperativo di poco prima nel condizionale di una sollecitazione.

“Qualche giorno fa è successo qualcosa di inatteso. Nel nostro Paese i giovani piacciono moltissimo quando vincono i tornei sportivi o le competizioni musicali, ma nel momento in cui portano il dissenso, la disobbedienza civile sul clima, il problema della disoccupazione, il disagio psichico dilagante non piacciono più. Quando i giovani si azzardano ad alzare la testa – quando c’è un «dis-» davanti – non vengono ascoltati, vengono repressi. Per anni abbiamo sentito dire che i giovani non si interessano alla politica, che disertano le urne, che sono una generazione liquida e disimpegnata. I dati di questo referendum smentiscono, almeno in parte, quella narrazione. La generazione Z ha votato più di qualsiasi altra fascia anagrafica. Ha votato su un quesito tecnico, complesso, percepito da molti adulti come astruso… Se lo ha fatto, non lo ha fatto per passione per il diritto… Lo ha fatto perché ha capito…che c’era qualcosa in gioco oltre il quesito. Qualcosa che la riguardava. Il messaggio è semplice: quando i giovani partecipano, pesano. Il loro voto…cambia gli esiti.”, scrive Stefano Arduini. “Non diversamente dal resto della società, anche la popolazione giovanile è, oggi, fortemente polarizzata. Da una parte ci sono tanti, troppi ragazzi divorati dalla irrealtà quotidiana dei social media che li sprofondano in abissi di ignoranza. Quando un capo di governo, alla vigilia delle elezioni, sceglie di farsi intervistare in ginocchio da un rapper-influencer-podcaster, incarnazione del peggio del paese (anche sul piano musicale), mira evidentemente a carpire il voto di questa gioventù. Nel farlo, dimostra un totale disprezzo dei giovani, concepiti evidentemente come un gregge belante da preservare nel suo stato di minorità. Il calcolo, però, in questo caso è sbagliato perché i follower del nulla tatuato e griffato non vanno a votare. Dall’altra parte, però, ci sono altrettanti ragazzi che studiano, s’informano, si appassionano, pensano. E questi sono andati a votare. E hanno detto no.”, scrive Antonio Scurati.

Anche Greta ha votato no. E ha votato no mio figlio. Con loro del referendum si era parlato a tavola. E al netto di altre considerazioni, la conversazione era giunta al calcolo delle probabilità di una composizione degli organi di autogoverno della magistratura che non servisse a sostituire il preteso peso delle correnti con quello di una politica di cui non ci si fida. Secondo la definizione classica, la probabilità di un evento è il rapporto tra il numero di casi favorevoli e il numero di casi possibili, a condizione che tutti i casi possibili abbiano la stessa possibilità di verificarsi:


E assai semplicemente, affidando ad una futura legge approvata a maggioranza semplice le regole per la definizione dei casi possibili (i membri scelti dal Parlamento tra i quali sorteggiare i componenti laici dei due CSM) da parte di una maggioranza che non si prestabiliva se semplice, assoluta o qualificata, la probabilità che il peso dei partiti introducesse il controllo politico della magistratura consigliava di evitare l’azzardo.


Conny e Greta come altrettanti ragazzi, studiano, s’informano, si appassionano, pensano. Credo sia questo il nostro lascito più importante, il mio e della madre: una coscienza critica e appassionata e qualche sogno per cui spendersi. Soprattutto, credo che si sia stati fortunati io e la madre, ché con i figli non c’è nessun determinismo possibile, solo la speranza che siano in salute e quella appena sussurrata di ricevere un poco di affetto di rimando, di una qualche reciprocità dell’attenzione e della sensibilità, prima di divenire forse secchi e risentiti a nostra volta per un mondo che non capiamo più, prima di perderci del tutto nella nostalgia di quando i figli eravamo noi.

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