
Avrai è una canzone di Claudio Baglioni e io che per lasciare un segno di un’emozione, penso a te con una canzone di Claudio Baglioni che suona in lontananza, è sintomo del mio rincitrullimento. Ma nessuno mi ha insegnato ad essere padre. Ho provato a prendere esempio dal padre che conoscevo meglio, evitando quando ero arrabbiato o troppo stanco e non sapevo come esserlo, tutto quello che mi aveva ferito, e riproducendo le parole e i gesti che mi avevano dato gioia o avevo scoperto essere in qualche modo utili. E ho sbagliato ogni volta, specie quando provando ad essere diverso, sono stato uguale a chi non hai conosciuto. Eppure era dannatamente semplice. Bastava lasciarsi guidare dal cuore. Dove si formano i pensieri e le parole che li esprimono? Qual’è il contributo della testa? Quale quello della pancia? Mi hanno insegnato di Daniel Kahneman, premio Nobel per l’economia nel 2002, dei pensieri lenti e dei pensieri veloci. Manca credo il contributo fondamentale del cuore.
E’ con il cuore che ho amato il cielo. E’ stato merito di un libro che mi avevano regalato qualche anno dopo l’inizio delle elementari. Non c’è possbilità di usare la testa a quell’età, di comprendere l’armonia dell’Universo, e se ne coglie solo il mistero di un mondo intero racchiuso nell’iride di un bambino di otto anni. Per anni, ho sognato di avere uno di quegli strumenti che avevo scoperto tra quelle pagine, non lo HST, pure conosciuto come Hubble, che pensava di acquistare Bob Freddy qualche anno fa in un gioco di specchi, ma uno come il Celestron da 9 pollici e mezzo su CGE o il MEADE LX200. Il Celestron era una meraviglia ma il segreto ho scoperto, era la CGE, una montatura alla tedesca precisa come un orologio svizzero, e affidabile al punto che se sceglievo cosa inquadrare con il cuore puntava verso gli anelli di Saturno o verso la Vergine, un ammasso di emozioni.
E allora lascio parlare il cuore. E spengo la testa. A guardarmi intorno fa paura. Non c’è un giornale che non abbia in copertina una fotografia di morte e occorre pensare a Sal Da Vinci per una soluzione di continuità. E su Sal Da Vinci la mente si spegne per davvero. E allora lascio parlare il cuore e le fotografie. Una delle fotografie più care che ho di te ti ritrae alle prese con il controller del Celestron. Uno dei ricordi più cari che ho di te è quando insieme a tua sorella, abbiamo simulato gli eclissi solari e lunari, con te e Greta che vi alternavate nei personaggi del Sole e della Luna e io che restavo Terra perché un padre i piedi a terra ci li deve tenere almeno per gioco.
Qualcuno mi ha detto che hai realizzato il mio sogno più grande. E si sbaglia e non perché non sia felice e orgoglioso del tuo traguardo, del tuo innamoramento, della passione e della determinazione, ma perché la vita i sogni te li cambia di continuo, e ora il mio sogno più grande è che tu stia bene e capisca infine che non c’è sogno più grande del calore di un abbraccio.

Spero di esserci per il prosieguo. E se non ci sarò, spero che tu senta a volte l’eco di un universo primordiale che ti ama tantissimo.
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