Sweet above the roar

Ciao Greta.

Forse non ti farà piacere che parli in pubblico di noi due, ma ho pensato di provare a fermare i pensieri su questi fogli liquidi. La loro pubblicità servirà a non accartocciarli e ad evitare di buttarli nel cestino delle disillusioni. Ricordi? Ero al liceo e per lo svolgimento di una traccia di storia, pensai di salire in soffitta da mia nonna e tirare fuori da una vecchia cassapanca impolverata, le lettere dal fronte di un soldato italiano della prima guerra mondiale. Il tema divenne un racconto autobiografico che attraverso una storia personale, le piccole storie di ognuno, provava a raccontare la storia di un popolo, quella che esigerebbe la maiuscola e che invece mi sembra minuscola come tutto quello che mi circonda. Al professore piacque l’idea e mi premiò con un buon voto nonostante fossi andato fuori traccia. Mi capita spesso di andare fuori traccia, specie quando in ballo ci sono i sentimenti. 

Le cose vanno meglio? Stamattina tua nonna mi ha chiesto cosa mi disturba, cosa mi impedisce di dormire da mesi. 

Si tratta di Greta?”

“”Qualcosa mi ha disturbato, non so bene cosa, ma qualcosa mi ha disturbato.”

Secondo la psicanalista, queste barriere ironiche che frappongo alla comprensione sono, insieme ai silenzi dell’orgoglio, un treno che viene da lontano. Non lo so e onestamente, non mi interessa. A me interessa che ci si possa ancora abbracciare e tenersi le mani come abbiamo sempre fatto quando siamo in auto, come abbiamo ripreso a fare, come facevamo sul divano quando guardavamo uno dei tuoi film narcotici. Penso che in un abbraccio ci sia tutto quello che serve a comprendersi e che le mani parlino meglio delle parole. Con le parole si rischia di andare fuori traccia. Perciò oggi, quando verrai a casa dopo due mesi e più di lontananza, ti abbraccerò e resterò in silenzio a guardarti. E basta così.

Cosa mi ha disturbato del resto, l’ho accennato. Stamattina sono andato in soffitta. E da una cassapanca impolverata, ho tirato fuori qualche fotografia. Ce n’è una cui sono legato. Ti ritrae con lo sguardo triste e sofferente. Avevi pianto. Io ti avevo fatto una promessa. Ti avevo promesso che con l’adolescenza, la sofferenza e le lacrime sarebbero finite. Non è andata così. E’ stata un’altra promessa che ho tradito e questo dovrebbe in qualche modo consolare. Ma si tratta di te e no, non c’è consolazione nell’abitudine. Le promesse hanno un peso specifico ed uno che è funzione dell’altro: più si ama l’altro, più ferisce il tradimento di ciò che gli si è promesso. E io ti amo. Quello posso prometterti ora, di amarti, di esserci. 

Del resto, sei una delle poche persone che ha resistito alla decostruzione del mio mondo. L’ho buttato giù diverse volte ed ogni volta è stato più difficile della precedente.  Nelle macerie del nichilismo, tra ricordi smontati e persone ridotte a brandelli, l’unica cosa che riesco a distinguere sono gli affetti, quelli profondi, scritti nella carne e nel sangue, e quelli che spero di non illudermi ancora, hanno a che fare con il destino e con le scelte mature che il destino sanno riconoscerlo in una piuma cullata dal vento, e che forse hanno pure essi una qualche causa nella fisiologia dei corpi.

Le cose vanno meglio. Ci vorrà ancora tempo, ma ce la faremo. Ce la faremo anche a guardare fino alla fine uno dei tuoi film narcotici e forse alla fine, sui titoli di coda unirò le mie alle tue lacrime. E’ una delle cose che ho appreso, una scoperta recente: quando si ama si finisce per piangere insieme. Spesso sono lacrime di gioia.

“You are my joy”

Ci saranno altri motivi per piangere? Ne sono certo. Ci saranno altri tradimenti e giunta che sarai alla mia età, ti renderai conto che è la vita stessa che sbiadendo e morendo, tradisce. Tradisce ma insegna. La vita mi ha insegnato a lasciar andare. Mi guardo indietro e penso ora che non esiste un anno che sia stato migliore di altri o peggiore, e che non c’è una età che si lasci preferire alle altre. Non si tratta affatto di allungare la vita ma di allargarla, di preferire la qualità alla quantità. 

Non è disillusione, ma consapevolezza. Spero che la vita sia capace di insegnarlo anche a te e che lo insegni prima di quando lo abbia insegnato a me. 

Spero che la vita ti insegni ad essere gentile. A me che ho la testa dura, dopo averci provato diverse volte, ha infine mandato un angelo ad insegnarlo. Eravamo a Berlino che sai, è la città degli angeli. Tu eri nel letto a fianco del mio, al cellulare, qualche video ti faceva ridere, io ti ho dato la buonanotte e mi sono girato verso un altro muro, addormentandomi. Gli angeli ti fanno visita mentre dormi. Penso sia per paura di essere rifiutati. Il mio erano anni che provava a parlarmi di giorno ed erano anni che io rifiutavo di parlarci, fermandomi ad ogni lampione. Qualche volta ancora scordo di essere gentile. Qualche volta credo di essere stato scortese anche con te, di aver usato parole che avrebbero dovuto essere pesate e pensate meglio o soltanto taciute. 

E’ frequente del resto. Avrei dovuto apprenderlo tanti anni fa, leggendo un album di Dylan Dog. Incontri uno sconosciuto su un autobus, qualcuno che ti chiede un aiuto, un sorriso, un secondo del tuo tempo, un compagno di classe che ti chiede di prestargli un pastello, un compagno di squadra che sbaglia un passaggio, tu lo chiami imbecille, lo aggredisci, lo offendi, lo ignori e infine dai le condoglianze quando ti giunge notizie che quelle parole, impilate una sopra l’altra come in un tsundoku, sono diventate un peso troppo gravoso da reggere, il rivo strozzato che gorgoglia, l’incartocciarsi della foglia riarsa, il cavallo stramazzato.

 “Scusami

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