
La Fermata
Io alla fermata degli autobus, soldi in tasca non ne avevo. Non che a casa mancassero, almeno dopo che l’idea di mio padre di mettere su una fabbrica che produceva mattoni in una zona dove la terra trema spesso, si rivelasse vincente, ma a casa c’era questa mentalità: il superfluo può acquistarsi ma a condizione che sia riutilizzabile. A casa mia era tutto riutilizzabile. Quando si andava da Cerasiello per acquistare un paio di scarpe, all’ingresso del negozio era una processione: mia madre, mio padre, mio fratello e io infine, che da Cerasiello non ci volevo andare. Cerasiello mi spaventava, corto e scuro com’era. Assomigliava ad Hamlin, quello di Safarà, una parola araba che significa esplorare o scoprire, ma allora non lo sapevo ancora. Dylan Dog non era stato ancora disegnato da Tiziano Sclavi o forse dormiva in qualche cassetto della sua scrivania, forse Tiziano l’ha tirato fuori solo perché immaginare Groucho che se ne stesse zitto in un cassetto, è assai difficile.
Dylan Dog indaga gli incubi. Forse per questo fu amore a prima vista: mi serviva qualcuno che fosse capace di dare un nome a quell’ombra antropomorfa rannicchiata tra la stufa a cherosene e la porta della mia camera da letto, a quella macchia di umidità sul muro che assomigliava a Freddy Kruger e nei giorni migliori, a Padre Pio, e a quello gnomo ghignante, assai simile a Cerasiello, che avevo visto dall’altra parte della vetrina al piano terra della casa dove ho vissuto fino a quindici anni, e che quando mi ero girato a controllare sperando in una fantasia infantile, non era sparito nella coda dell’occhio. L’incubo peggiore era però Gort quando rientrava a casa per il pranzo. Gort era sempre arrabbiato, era arrabbiato anche se io non avevo fatto niente. Gort quando mi vedeva leggere Dylan Dog mi rimproverava di finirla di perde tiempo con i mammuocci. Gort mi ha insegnato ad essere padre. Credo che una delle cose che fotta i padri sia di guardare ai figli dall’alto di un palazzo dove ogni piano ha un’età e un livello culturale, rifiutando ogni parola che non sia adatta o peggio ancora, nota al senso comune e alla lingua che si sente più familiare. Credo pure che questa cosa sia molto occidentale.
Io invece amavo l’Oriente. E più guardavo ad Oriente, più esploravo il mondo, più scoprivo quanto Casale fosse piccola, io che vedevo tutto grandissimo, sopra un atlante della De Agostini, a pancia in giù sopra un tappeto. Immaginavo di aver bisogno degli stivali delle sette leghe, “ucci ucci sento odor di cristianucci”, recitavo con voce grave, mentre mi avvicinavo al letto di mio fratello, raggomitolato sotto le coperte di lana. Mio fratello non so cosa immaginasse, non siamo stati mai un libro aperto, e da Cerasiello, lui le scarpe non doveva comprarle ma mia madre le faceva misurare anche a lui. Grazie al calendario di Frate Indovino riusciva a indovinare se le scarpe, cresciuto che fosse il piede, gli sarebbero state comode.
Quelli che il calendario di Frate Indovino tengono ancora appeso in cucina, vicino al frigo, inchiodato al muro sotto un’icona della Madonna di Pompei, il riuso lo praticano ancora oggi che non si aggiusta più nulla. L’ho scoperto facendo il padre. Metto a posto l’armadio di mia figlia, metto via le cose che mi sembra si siano accorciate, lei che invece è cresciuta, lei le seleziona, io la porto a qualcuno che le riutilizza. L’armadio di Greta è sempre un gran casino. Ma lo sono gli armadi di tutti i ragazzi. Penso lo fossero anche quello di Bilal, Francesco, Mattia e Roy. Bilal, Francesco, Mattia e Roy sono morti un mese fa. Sono morti e non importa come. Avevano l’età di mio figlio. A volte capitano cose che vorresti dimenticare o aggiustare e non sai da dove cominciare e cominci da tua figlia che ha appena scritto che è a casa. E la vita si aggiusta, almeno fino al prossimo sabato. O alla prossima crisi. Io ci provo ad aggiustare le cose che contano.
“C’è questa cosa dentro di me, credo sia il lato scorpione che mi avvelena, l’orgoglio che non riuscivo a tenere bada prima di te e che a volte mi frega ancora. Ora a volte ci parlo. Ci parlo quando ti vedo, quando vedo il tuo viso e i tuoi occhi, ci parlo stasera che mi dispiace da morire per come è andata, per non essermi fermato prima, per aver alzato la voce.”
Alla fermata dell’autobus, a Grottaminarda, mi hai guardato un secondo, incuriosita. Forse eri incuriosita dal fatto che io non ci avessi provato. Ma io ti avevo già vista dentro, in qualche sogno. Non eri roba da provare, non eri un paio di scarpe da usare e gettare via. E poi, anche se avessi voluto offrirti un caffè, io alla fermata degli autobus soldi in tasca non ne avevo. Perciò, sono sicuro che il prof. Luongo non ce l’avesse con me.
Obbediente per il resto, non lo sono stato mai: troppe regole da seguire e senza nessuna spiegazione ad accompagnarle, mio padre un muro, ogni parola che provavo a dire un mattone. Penso che mio padre avesse avuto l’idea di mettere su una fabbrica di mattoni, osservando i mattoni con i quali stava costruendo il nostro muro. Sarebbe durato a lungo. Mio padre costruiva cose destinate a durare. Ho imparato a costruirne anche io.
“Scusami”
Come si pronuncia non si sa, scusami viene come viene. A me viene ancora bene. Altri hanno difficoltà a scusarsi, qualcuno forse si è scusato tante volte che ha deciso di dimenticare come si faccia, qualche altro non si è scusato mai. Wanda si è scusata una sola volta, dopo che la Messa era finita e provavamo una qualche pace. Era il mio compleanno, una giornata di febbraio, le nuvole a cui scappava e che avevano deciso di farla tutte insieme, noi che avevamo deciso di andare a cinema con i bambini e di mangiare una pizza. A Wanda il film non piaceva, non le piaceva il titolo che era in inglese, lei che l’inglese non lo parlava e sapeva dire solo il nome di qualche animale, i colori e I’m driving you on the wall, non le piaceva la trama, innamorarsi, morire, tornare indietro nel tempo provando a cambiare qualcosa per sopravvivere un poco, un poco perché non si cambia mai abbastanza e si muore di nuovo. Wanda amava le commedie italiane, quelle storie che cominciano tra i banchi di scuola e sui diari, continuano sul muretto di un paese di provincia, ciascuno ne ha uno dove fare l’amore legalmente, sotto lo sguardo di finta disapprovazione delle commari e della scarafoncella, e dopo la suspense di amici che si disintegrano la vita col tradimento e i mojito, noi siamo diversi, finiscono in qualche castello, su una barca, o in riva al mare a guardare un tramonto. A me i castelli non piacevano. C’era l’IMU da pagare e c’era la tassa sulla monnezza, quella che negli anni futuri avrebbe cambiato nome più del coronavirus per non farsi riconoscere, e non me la potevo permettere. E quanto ai tramonti, la gran parte delle fotografie conservate negli album di una vita o stipate negli hard disk dei computers, ritraggono il sole che sparisce dietro la linea dell’orizzonte. Eppure, si continua a fotografarli. Credo che sia una discronia legata all’orario della sveglia. La sveglia specie dopo una notte passata in bianco ad aspettarti, rende difficile l’alba. L’alba è ugualmente bella, più fredda, virata verso il blu anziché verso il rosso, eppure entusiasma meno. Ma soprattutto, il tramonto si lascia preferire perché emoziona il sole che si inabissa e sparisce, perché lo sparire è sempre triste e comporta sempre qualche dubbio, talvolta è necessario come per il Sole, perché non c’è più nulla da dire o perché ci sarebbe tanto e non si trova il modo, ma in un tramonto c’è la certezza di risorgere, sullo sfondo, nascosta oltre quella linea sottile laggiù. Il dubbio diventa poesia. Il tramonto è cattolico, l’alba calvinista.
Wanda non era né cattolica, né calvinista. Lei in spiaggia stava ore sotto il sole, ci restava fino allo spuntare delle prime squame, quando cominciava a fumare. Io fumavo nel bar. Dopo il tramonto, Wanda mi raggiungeva e cominciava ad agitare i sonagli. I sonagli ce li aveva anche Giovanna. Con Giovanna, anni prima di salire la sera della vigilia di Natale, al Santuario della Madonna del Buon Consiglio dei Frati Francescani dell’Immacolata, un nome che è già sufficiente alla penitenza, avevo ballato il flamenco. Giovanna mi aveva scelto per il ballo di fine anno. Forse aveva qualcuno da far ingelosire, forse le piacevo, vallo a capire. La sera del ballo, lei aveva un vestito lungo, fucsia con le balze nere, la mantilla, i sonagli che rumoreggiavano sul tessuto di raso. Io ero un gitano che le girava intorno con le nacchere, impacciato, intimorito, che cosa ci faccio qua. Me lo sono chiesto spesso. Se lo chiedono in tanti e alla fine, è solo una questione di coraggio.
Why you can’t raise your voice to say it?
Io di quello gnomo che avevo visto in giardino non avevo parlato con nessuno. Forse perché non avevo nessuno con cui parlarne, forse perché sapevo che parlarne sarebbe stato inutile. Mio padre e mia madre avevano quarant’anni e i sogni li avevano seppelliti da qualche parte in giardino. In giardino, sotto un metro di terra, i sogni erano marciti, e da quella putrefazione era nato un incubo che mi guardava ghignando, a qualche centimetro dalla porta in fondo al soggiorno. Potevo vederne il respiro appannato sul vetro. Non credo volesse entrare, credo volesse minacciarmi di evitare il giardino la sera. In giardino c’ero stato insieme a mio fratello qualche sera prima, costretti da mia madre ad un purgatorio dopo l’ennesimo maleservizio, un filo tagliato per gioco ad uno degli abat jour della sua camera da letto, e in attesa del ritorno dal lavoro di mio padre. Mio padre avrebbe dovuto giudicare i vivi e i morti, rivelando i segreti delle opere e dei cuori, ma preferì cenare prima, differendo la salvezza e la condanna a dopo la fine del telegiornale della sera. In giardino faceva freddo ma c’era una luna bellissima ad evitare che le ombre facessero troppa paura. Lo gnomo invece mi aveva fatto paura. Pensai che fosse il guardiano di quella terra di mezzo tra i sogni dell’infanzia e gli incubi della vita adulta.
La vita adulta l’avevo vista al telegiornale dell’una, qualche giorno prima. Era accartocciata ed esanime nel bagagliaio di una Renault 4. Da più di un mese nel mondo degli adulti, che per me si riduceva alla tavola apparecchiata per il pranzo e per la cena da consumare in silenzio in modo che mio padre potesse ascoltare il telegiornale in bianco e nero, si parlava a bassa voce e si respirava un’aria mesta. Io intuivo che era accaduto qualcosa di grave ma non capivo perfettamente cosa, anche perché a scuola non se ne parlava e si continuava semplicemente a dividere il mondo in formiche e cicale, romani e barbari, cristiani, pagani e musulmani, e il generale Custer, interrogato al riguardo, era rimasto in silenzio, impettito nella sua divisa grigia, fiero ed orgoglioso come zi Tore quando passeggiava per le vie di Casale, con Zi Vincenzina e la vergogna, vestita come fosse la sua prima comunione, con la camicia, le bretelle e il papillon perché il figlio illegittimo di un maestro è più legittimo di un cafone, qualche passo dietro.
Il 9 maggio del 1978, capii che nel mondo degli adulti succedeva questo, che un uomo che assomigliava tanto al mio maestro, venisse ammazzato e gettato come un Cristo deposto dalla croce, nel bagagliaio di una Renault 4. Ne rimasi sconvolto. A Little Bighorn, sugli scalini di casa, vincevano sempre indiani ma le giacche blu, dopo che gli indiani gli avevano preso lo scalpo e avevano festeggiato danzando intorno al fuoco e facendo l’amore nei loro tepee, si rialzavano e tornavano nella scatola di cartone dove li conservavo. Erano vivi, non morti come quell’uomo accartocciato come un Cristo deposto dalla croce, nel bagagliaio di una Renault 4.
“Muoviti”, gli dicevo ogni volta che quell’epifania del nulla veniva riproposta dalla televisione. Non si mosse. Restò fermo come mio padre, secco come mio padre, solo come mio padre il giorno in cui morì. Si è sempre soli quando si muore. E a volte a morire si comincia prima e si va avanti per parecchio.
Michele aveva cominciato anni prima. Abitava vicino ai miei ed era solo da una vita. Non so se si sentisse solo. La solitudine è cosa diversa dall’essere da soli. E Michele diceva che da quando la moglie l’aveva lasciato, gli faceva compagnia l’idea della morte e che quell’idea era assai più amichevole e confortante della moglie. Penso che lo dicesse per rabbia ma che a forza di ripeterselo, avesse finito per crederci. A volte, rincasando, quando passavo innanzi a casa sua lo sentivo parlare con quella compagna lugubre e mi confondevo, non capendo se l’immaginazione di Michele avesse creato una sorella o un’amante. Sorella o amante che fosse, di sicuro non cucinava. Alle esigenze alimentari di Michele provvedevano le donne del vicinato, vedove e zitelle alla ricerca di una utilità marginale della vita. Vi provvedeva anche mia madre, che poi affidava a me il compito di portare a Michele il solito piatto di pasta al ragù di carne, le polpette al sugo ed una fetta di pane. Michele prendeva quei piatti impilati sotto un mesale di lino spesso che mia madre usava per conservare il caldo dei fornelli, li poneva con cura sopra una tavola sbilenca di noce che aveva più rughe e nodi del suo viso arcigno, poi spariva in quella che doveva essere stata la cucina, uno spazio angusto con le pareti ricoperte di muffa e di fumo, e ricompariva poco dopo con un fiasco di aglianico. Michele se lo procurava non so dove, un aglianico scurissimo che diceva essere vinificato secondo la tradizione irpina, dentro grandi botti dove il vino veniva lasciato riposare fino a quando non era quasi aceto. Al centro della stanza, anch’essa ammuffita dall’umidità e annerita dal fumo, troneggiava una specie di bambola a grandezza naturale, dissezionata e ricomposta più volte, di cui sotto un abito intero lungo fin quasi a toccare il pavimento, si intuiva l’anima di legno e cartapesta. Credo che l’abito fosse appartenuto alla moglie. La moglie di Michele non l’ho conosciuta. So che litigavano spesso dopo che Michele rincasando dai campi, aveva trovato un uomo vestito da aviere della Luftwaffe sopra il tetto di casa e gli aveva sparato due botte, non si è mai capito se per vendicare la paura delle corna o per il timore che quell’uomo enorme e biondo come il grano quando è pronto per la mietitura, continuando a urlare e a dimenarsi con le braccia alzate, gli rovinasse gli irmici del tetto.
E’ un racconto che mi aveva fatto non so chi. A Casale i racconti spesso non hanno un autore e si arricchiscono di nuovi aneddoti passando di bocca in bocca. Ne ho sentiti spesso di racconti del genere. A Casale i racconti hanno spesso le corna come oggetto e la confidenza come forma, e i cantastorie sono quasi sempre cornuti a loro volta, protagonisti di qualche altro racconto confidato all’amica e all’amico a condizione che giuri di non dirlo a nessuno. Quasi sempre i racconti iniziano in un’auto per la quale non si hanno diecimila lire per la benzina, le ruote che girano in tondo mentre l’orologio tiene il passo, proseguono con un matrimonio al quale si arriva già stanchi ma è lo tiempo re mette la capo a fa bene, e dopo qualche anno buono, scomparse le carezze, svaniti i come stai?, mentre si prova caparbiamente a riannodare i fili e a tenere in piedi il mondo, tira il suo ultimo respiro con un amico che ti tende la mano e ti chiede dimmi la verità, c’è un altro?
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