
Lay e lei, giacere e mentire. “Non so bene come dire, come mi sento”, dice Gary Lightfoot. In realtà lo so. Uno straccio. Vicino a me c’è un tavolo con degli stranieri, qualcuno dell’est, polacchi presumo, i polacchi hanno qualcosa che li rende riconoscibili, qualcuno del maghreb, libici, algerini, marocchini si confondono tutti. Uno dei polacchi ha il ruolo del leader. E’ il più grosso: “vuoi calamari fritti?”, chiede ad uno dei compagni. Hanno tutti gli abiti sporchi della pausa pranzo: polo, pantaloni corti fini al ginocchio, scarpe antinfortunistica che andrebbero cambiate. Vorrei sedermi al loro tavolo, bere, scordare. “Sai come mi sento? Ricordi uno dei personaggi del film di Sergio Leone, C’era una volta il west, il magnate delle ferrovie Morton (Gabriele Ferzetti), quando Frank (Henry Fonda) gli dice: “chissà con un paio di gambe dove saresti arrivato…..”. Ecco, nel mio caso chissà con un polmone sinistro e una schiena dritta dove sarei arrivato….”. E’ l’ultimo messaggio di Salvatore, Salvatore non c’è più, Salvatore era uno preciso, uno da parentesi tonde, quadre e graffe fino all’esaurimento, l’ultimo messaggio prima che il cancro obbligasse lui alle risposte automatiche e costringesse me a condensare le emozioni in una emoticon e lui in un pollice alzato come Fonzie. Io le condenso oggi in due parole., non le tre che Gary Lightfoot rimprovera di essere dette troppo spesso, con leggerezza e they’re not enough.
Lay e lei. In quella lingua meravigliosa e assurda che è l’inglese una vocale e due dittonghi sono capaci di raccontare storie lontane anni luce. Come Vega. Vega si è eclissata. Un secondo. Un secondo e ho le mani e le gambe che tremano, il petto che fa male. Chiamo mia madre. Salvatore non c’è più. Mia madre resta a telefono con me. Le sono grato. Serve a poco, le ferite restano, ce ne sono tante come sul corpo di Emilio, lei mi accarezza. Le carezze mi mancano. A volte ne basterebbe una, un secondo di quell’infinito che a volte non vale la pena di un secondo. A volte per eclissare una stella basta un secondo, un quarto d’ora, una notte, ti chiamo, faccio prima, devo andare, ciao, ciao, altre tre ore di silenzio, forse più. Si vedrà.
Giacere e mentire. Proprio quando ne ho più bisogno, tutte le volte che ne ho più bisogno. In quella lingua meravigliosa e assurda che è l’inglese storie lontane anni luce si sfiorano, si intrecciano, si confondono. Mi sento uno straccio. Avrei bisogno di un interruttore, una parola, un addio, enter here e si va avanti, come non so. Ma c’è Viva la Vida sullo sfondo, e tu ci sei di nuovo. Ti ho ritrovato dentro due occhi neri come la notte, le pupille come quelle che stelle che desideriamo essere. Non so come ti chiami, non so se scusarmi per il tempo sprecato o se esso fosse un calvario dove salire per trovarti davvero. So che quaggiù può essere un inferno e un paradiso.
Andiamo. Tienimi la mano.

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