Ombre gialle

La Cappella

La Cappella ė una dei pochi luoghi sopravvissuti al Covid. Non che a Casale, dopo che la televisione ha occupato il posto a capo delle tavole e messo le ruote alle sedie, ce ne fossero molti, ma alcuni sono morti. A Casale l’anno è breve, dura un paio di mesi d’estate. Gli altri mesi, quei pochi luoghi che sono rimasti aperti sono se non deserti, desolanti per essere l’estensione fisica del mondo virtuale e post-apocalittico dei social. Ci si ritrova dopo il lavoro per discutere dei post e dei commenti ai post della sera precedente. I commenti hanno la lunghezza e la profondità dei calici e brillano per i sulfiti da quattro soldi della Deco’, buoni per scordare qualche consonante, gli occhi a mandorla di chi non si capisce e il mal di testa della mattina. Dopo diversi prosecchi, vini bianchi, nani e bianca neve, gli occhi diventano vitrei e ignei e ci si dá appuntamento a domani per giocare a nascondino, spiandosi intanto sulle home page dei social, sperando in un post serale che faccia litigare e per questo, duri qualche ora più del solito. Passeggiando lungo La Cappella per contro, c’è ancora la speranza di un’anima, fugace, effimera come l’attimo che mi sei venuta alle spalle e che piacere vederti, le mani che si sfiorano, vera quanto il freddo dell’inverno e il caldo dell’estate. 

Ieri vi ho incontrato Mariano. Mariano ė capitano dei vigili urbani di Casale il cui corpo, dopo la crisi dei subprime americani e il pensionamento di Rocco lo Uardio, ha solo un’altra unità, Angelo, un ragazzo laureato in giurisprudenza al quale i casalesi, ispirati come qualche volta gli capita, hanno cambiato il cognome sostituendo al patronimico, il toponimo Della Strada. Peggio hanno fatto solo i genitori di Silvestro, uno dei ragazzi conosciuti durante il servizio militare e che di cognome faceva Gatto. Ogni volta che facevano l’appello, Ernesto miagolava. 

Mariano comunque, era dall’altro lato della strada. L’ho salutato, avvicinandomi. Mariano si è rialzato il bavero della giacca della divisa per ripararsi dal gelo che scendeva dal monte Fato, calcato il berretto sulla testa in modo da nascondere gli occhi e assumere un’espressione più misteriosa e autoritaria, e mi ha scrutato come un gatto quando segna il territorio. É stato promosso capitano qualche anno fa, lodato nei discorsi precedenti alle votazioni come esempio di probità, e decorato come un reduce di El Alamein. Da tre anni é incaricato dell’ incombenza più pericolosa che si possa pensare per un capitano dei vigili urbani di Casale: elevare multe ai commercianti ambulanti il sabato mattina che a Casale, è la mattina della fiera settimanale e per me, quella dei rustici di Grazina, al bar di Mario. Spesso al bar di Mario, viene anche Mariano, si fa un caffè e se ne va. Mario da’ un colpo di straccio al banco del bar. 

Qualche anno prima, quando non era ancora capitano e io un suo subordinato per il servizio militare, Mariano aveva preteso di multare una ottuagenaria del luogo rea di non avere la licenza per il commercio ambulante dei broccoli del suo orto. Gli avevo consigliato di soprassedere. Lui mi aveva congedato. Era rientrato in caserma poco dopo, trascinando a fatica due buste piene di verdura che, aveva provato a convincermi, erano il corpo del reato. Credo ce l’avesse con me per quella faccenda, per lo sguardo che gli avevo rivolto. E che per questo, e per l’ignoranza e la miseria, mi ha chiesto di Wanda e prima che io avessi tempo di rispondergli, è partito con una filippica sul matrimonio e sul potere didattico dei fallimenti. 

A Casale ci si accontenta di poco e quel poco lo si fa bastare per un decennio e più. Non la moglie di Mariano che fa l’infermiera a Modena e ogni volta che scende da Modena, indossa una nuova pelliccia ed è sempre più bella. L’ultimo Natale, dopo il bacio salvifico del bambiniello e la sfilata organizzata dal parroco sulla passerella centrale della Chiesa dei Santi Domenico e Francesco, è stata eletta reginetta della Vigilia. Le hanno scattato una foto sul presbiterio, insieme a Mariano che per equilibrio compositivo, era tre scalini più in alto essendo trenta centimetri più basso. Forse con una donna del genere, l’equilibrio è impossibile e la vigilia è l’unica possibilità: si rischia che a far festa siano altri, non so. Non sono esperto di feste, dicevo.

Non che non ne abbia fatto. E alcune sono state divertenti, piccole cose come sono le cose di un paese, storie buone solo alla memoria di una vita che sfugge da tutte le parti, fotografie da stampare e attaccare ai lampioni della luce: qualche vecchio si ferma un secondo, i giovani scappano via. Forse è divertente solo la prima volta, e la seconda è già una autocelebrazione. Fu divertente quando scendemmo all’Aia del Gallo per festeggiare non so quale Madonna o Santo, e incontrai Carlotta, le sue labbra, le sue mani e un miracolo in uno spazio strettissimo tra due auto parcheggiate in una stradina di campagna. Carlotta non ha contato nulla, nulla che mi lega, nulla che mi trattiene, nulla di diverso da una sbronza, di un equilibrio malfermo tra uno sportello che superava in altezza il corpo di Carlotta ed il nulla, ma credo che sia un miracolo ogni bacio e ogni carezza. E credo che ogni bacio e ogni carezza valga la pena anche quando fa male. Siete mai stati innamorati? Avete amato mai? Siete stati amati? Cos’altro di vero resta da raccontare?

Eros e Thanatos si, ma la morte è una paura censurata nell’inconscio e quando trova la via verso la bocca e gli occhi, è un pensiero più liquido degli altri, dura meno del tempo che impiegano il sole e la pioggia a rovinare un viso ed un nome, a cancellare una vita e le sagre e le reclami a ricoprire  i necrologi. La vita va avanti . La morte è il niente, l’amore il bene. “Il male è il contrario del bene, ma il bene è il contrario di niente”, spiegava Simone Weil. Significa che nulla esiste al di fuori di quel mistero che ha diversi stili e tanti vissuti, le amicizie di cui siamo capaci, i ti amo sussurrati, urlati, taciuti, l’odio che ha la stessa varietà ma che è quasi sempre incapace di quella profondità, di fregarti ogni istante o di regalartelo, di aggiungere te a me, di costruire un paradiso.

Zia, la monaca, una delle sorelle di mio padre, l’unica che ha preferito l’abito monacale al vestito da sposa, invece del paradiso preferisce rivolgersi alle anime del Purgatorio. E’ convinta che mio padre, il suo, sua madre, siano in Paradiso ma si rivolge alle anime del Purgatorio quando prega. Forse per abitudine. Forse perché quelle del Paradiso, per la spending review o l’indifferenza di chi sta bene, non hanno l’apparecchio acustico e non ascoltano le preghiere, le richieste di aiuto e quelle di mutuo soccorso: tu mi aiuti, io ti faccio dire une Messa in memoria, Don Angelo ingrassa.

Io invece mi ero rivolto ad una zingara. Mi aveva fermato per strada offrendosi di leggermi la mano. Aveva insistito. Io ero con Wanda. Lei guarda Wanda, Wanda guarda lei, il destino è una fregatura o una fortuna: “se restate insieme, a quarant’anni tu diverrai milionario”. Io ci ho creduto. Wanda era una incognita, i milioni una speranza. Io e Wanda quando io avevo quarant’anni, ci siamo lasciati. Il destino è una fortuna. 

Ora è facile dirlo. C’era una frattura, non so dove. Non credo si trattasse di una resistenza del cuore, quello era stato appena sufficiente al tempo passato insieme. Sapevo che era giusto ma in qualche parte del corpo, non l’accettavo. Credo fosse il soffitto, le troppe spiegazione del cazzo da dare, le voci da sopportare. Dentro, in cantina soprattutto, era semplice. Lo è ancora. Una vita insieme, ma è finita una sera tardi su un divano. I bambini sono a letto. Parliamo. Non del passato, quello è caro ad entrambi, ma del presente e del futuro. Piangiamo. E’ l’ultima comunione  e allora spegnete le stelle per un secondo. Scendo. Mi addormento per sfinimento. Mi sveglio. Wanda è andata. C’è il sole che scalda. Un’altra stella. Ci sei tu, sei arrivata subito ed anni dopo, la cosa più lontana dal mio caos e la cosa più vicina alla mia anima, uguali e così diversi. Ci sei tu che hai ribaltato il mondo. Me lo ha detto anche la zingara. L’ho incontrata di nuovo appena fuori dalla Sanità, con gli stessi stracci, lo stesso neo bitorzoluto sul viso ché una zingara senza neo è poco credibile, ma invecchiata come le illusioni. Mi ha letto la mano per due euro. Non ho tirato sul prezzo, non mi sembrava giusto lesinare sul destino, io caos, tu quell’equilibrio che ho sempre sfuggito, che mi sembrava una catena e ora mi pare un’ancora da piantare, un rifugio a volte. 

Ti ho disegnato con i capelli rossi e il culo enorme. Mi piaceva la tua voce, calda e decisa. Abbiamo deciso di vederci. 

I want to live where soul meets body”, ti ho detto ed eravamo in una camera di un hotel a Montreal. Tu sei andata in bagno. Io sono entrato dopo e ho trovato il costume del cugino IT sparpagliato sul pavimento. Ho avuto il sospetto di essermi sbagliato sulla voce calda e decisa, sulle braccia, sulla schiena che sembra quella di una principessa, da guarnire con un vestito di raso nero lungo fino ai piedi, lo strascico di una sposa e di una vedova. Ci siamo lasciati per eccesso di testosterone.

Conosco diverse donne con livelli alti di testosterone. Una abita sotto casa, è il coro di un canto che saluta la primavera ogni volta che la primavera ritorna con un paio di fiaschi di vino, gentilissima, ma provate a dirle che con tutto quel testosterone e quel vino in corpo sembra un maschio e la vedrete trasformarsi in un camionista, uno di quelli che guida con il braccio tatuato e villoso fuori dal finestrino, grosso e stagionato come un capicollo. Paoluccia è una delle coriste che accompagna i santi in processione per le strade del paese. Si somigliano tutte, tutte hanno le stesse rughe, lo stesso ventre molliccio e il passo stanco delle bande musicali. Tutte hanno lo stesso velo, anche se quelle più giovani hanno ancora in testa la vanità dei colori.  Paoluccia invece indossa un velo nerissimo. Paoluccia a causa degli alti livelli di testosterone, fuori norma, ha una voce che quando accompagna con il suo canto la processione dell’Assunta, i casalesi sono costretti a serrare gli scuri delle finestre per evitare che i vetri vadano in frantumi. E’ sposata con Antonio che qua chiamano Cilecca. Antonio lo incontro la sera la bar di Mario. Lui arriva tardi, entra, saluta Mario e con le dita fa un numero esagerato, proprio impossibile. Prende una Peroni e chiede a Mario di segnarla sul quaderno di computisteria che Mario tiene nascosto sotto il bancone. Mario impreca e tira fuori i conti del bar. 

Antonio lo chiamano cilecca per contrappasso. Quando Paoluccia era rimasta incinta, gli amici del bar di Mario gli avevano fatto gli auguri invitandolo ad offrire un giro di prosecco ma lui aveva preso fiaschi per fischi e aveva protestato che Paoluccia non l’aveva conosciuta fino in fondo, due minuti di preliminari ed era morto, precocemente, appena varcato la porta di casa, “sulo la ponta”, aveva detto. Pare che Paoluccia avesse una casa accogliente. Fuori pioveva. Paoluccia gli aveva offerto i taralli con il finocchietto ed il vino e Antonio era affamato. Gli uomini lo sono spesso, spesso hanno troppa fame per scegliere con cosa sfamarsi. Certe volte, pensano di mangiare caviale e si ritrovano servito a tavola, il capitone. 

Che faccio, lo lascio?

Antonio aveva un alimentari, una stanza minuta tinteggiata di celeste, scaffali a destra e sinistra, confezioni di ogni cosa, di carta marrone chiaro e plastica colorata. Quando c’entravi sembrava di passare attraverso le forche caudine del desiderio. Sullo sfondo c’era il banco alimentare e dietro il banco, infilato in un camice striminzito e ingiallito dalla candeggina che allora di delicato aveva assai poco, c’era Antonio. Antonio era un ormone. Aveva un naso bitorzoluto come quello della zingara che m’ha fregato due volte. Mi ricordava un poliziotto sulle strade di San Francisco che avevo conosciuto da piccolo, prima di cena mi sembra, quando mio padre era in bagno a pulirsi via le fatiche della giornata e mia madre ai fornelli.

Da piccolo tutto sembra più grande. Sembrava più grande mio padre, sembrava più grande Antonio. L’ho incontrato al cimitero. Dopo aver salutato mio padre e i miei nonni, dato un bacio ad Ernesto e “cosa ci fai in mezzo a tutta questa gente”, faccio un giro. Porto un lumino votivo in più ogni volta, uno solo e ne servirebbero tanti, per tanti che ho conosciuto e di cui ora resta solo questo. Incontro un sacco di persone. L’ultima volta mi sono fermato ai piedi di Antonio, ho detto una preghiera, e acceso il lumino. Poi gli ho chiesto: “che faccio, lo lascio?”.

Antonio non ha risposto. Antonio lo lasciava sempre. Mia madre si raccomandava di non farglielo lasciare, ma a me un paio di fette di prosciutto in più non mi parevano un gran peccato. Ci costruivo i muscoli e le ossa. Pensavo mi sarebbero serviti ché vedevo tutti grandissimi. Alcuni che vedevo grandissimi, li guardo ora e mi fanno tenerezza. Mi hanno insegnato il rispetto per le persone più grandi di età che è anche troppo per il rispetto che penso si debba. Penso si debba rispetto ai vecchi, non a quelli più grandi. Mi offende la parola, grandi. La grandezza rimanda inevitabilmente ad un modello competitivo, a plasmare le idee e i comportamenti a “uno buono” e qua essere uno buono non ha a che fare con la nobiltà dell’animo, è un modello muto e scivoloso come un ladro, un evasore ed un puttaniere. Non è questione di grandezza, ma di età e quella non sempre pretende il rispetto. I vecchi alla fine, sono innocui. E il male che possono fare, dura assai poco, il tempo di uno sguardo cattivo. Ma soprattutto, ora so che anch’io diverrò vecchio prima, un fantasma dopo, e forse, forse alla fine spero che qualcuno venga a chiedermi forse per gioco, forse per amore, se lo facciamo strano. Penso che riderei anche dentro la bara. 

Sorprendimi

Per sorprendermi ho rimesso mano al telescopio. Dietro casa, in giardino, la luce dei lampioni non arriva e c’è un cielo talmente scuro che le stelle le si può contare e a contarle e raccontarle ci vorrebbe una vita intera. C’è Vega che brilla come un diamante, la musica di una lira che risuona nella testa. Vega è una stella con una luce bianco azzurra, abbastanza vicina al nostro sistema stellare da brillare come un diamante. Ma è una approssimazione. A volte le parole sono insufficienti a raccontare la bellezza e se ne dovrebbero inventarne di altre. Sulla Terra, non esistono diamanti così. Io se potessi, te ne regalerei uno in modo che ti si potesse vedere da anni luce di distanza. Ti emozionerai? Qua dovrebbe esserci il tempo di un altro racconto, lo spazio per Saturno e Orione. Ma la vita ha accelerato. Ne ho avuto certezza raccogliendo i tuoi capelli rossi dal divano, pezzi di te sparpagliati ovunque, fuori e dentro. Mi hai emozionato. Mi emozionano le emozioni. Finora ho visto freddezza, indifferenza, silenzi e quando, le pochissime volte che ho visto qualcosa di più, mi è sembrato anche fatto apposta, empatico: tu ti emozioni, mi emoziono anche io, un poco, so che ti fa piacere. Io invece credo che tu ti emozioni perché stai guardando lontano, perché guardi prima di me, e indietro nel tempo, una trentina di anni luce indietro. Corriamo lungo le autostrade psichedeliche di Contact, tu hai quel sorriso in volto, il vento ti scompiglia i capelli, io rido. Arriviamo su Vega, prendiamo uno svincolo. Siamo quasi arrivati secondo la mappa di Gaia. A 30 anni luce indietro tiriamo il freno. Frena. Sta cazzo di navicella viaggia alla velocità della luce, se non freni ci ritroviamo ai tempi di Papanonno e al massimo suoniamo la tromba. 

Trenta anni luce indietro, trenta anni fa, un mattino alle sette. Io arrivo trafelato. Ho fatto tardi, c’era il latte da bollire, la schiuma che saliva lungo le pareti del bollitore, gli alieni di Space Invaders che invadevano il piano cottura. Sono sempre in ritardo. Salgo sull’autobus, l’unico posto libero è vicino a te. “Posso?”. “Certo”. Ti sposti un poco come fanno le brave ragazze. Le brave ragazze non vogliono equivoci, nessun contatto. Ti sposti un poco verso il finestrino, ti appoggi al vetro, guardi fuori. Io lo noto, sorrido, ti sorrido e mi innamoro. Di brave ragazze il mondo è sempre più povero.

Alla fermata dell’autobus, a Grottaminarda, scendiamo. Ci guardiamo un secondo, incuriositi. Sarà il profumo della pelle. Abbiamo piantato un seme forse. Tu vai a sinistra, io a destra. A destra, sul margine della pensilina della fermata, c’è un vecchio professore. Lo incontravo spesso, un vestito nero che profumava di naftalina, il viso dolce e stanco, una tragedia nel petto, il suo cartellone e tanti palloncini colorati: 

E’ colpa tua se i figli non ti obbediscono, e’ colpa tua se i figli hanno troppi soldi in tasca”. 

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.