
Amalia
Io per Luisa m’ero preso una cotta in prima media. Luisa era talmente bella e io avevo così tanti brufoli e così tanto da imparare, che non ebbi il coraggio di dirle nient’altro che ciao. Glielo dicevo tutti i giorni. Un giorno di primavera, trovai il coraggio per altro, per dirle altro, pensavo, e le chiesi del tempo, se sarebbe stato bello o se invece avrebbe piovuto. Come fanno i vecchi che tempo ne hanno poco e vorrebbero il sole ad asciugargli le artrosi che a Casale sono abbondanti più dei santi e delle madonne del calendario. Specie quando è tempo di potatura e invece che alla primavera, loro pensano ai rami tagliati e lasciati marcire nella terra. A Casale, fino a pochi anni fa alla potatura provvedevano gli anziani. Ora gli anziani sono morti, quelli che sono ancora vivi sono sciancati dal tressette e dalle poesie di Franco Arminio, e ci si rivolge allora ai marocchini, che sono quasi neri come l’uva e che per fare pendant, si pagano poco e in nero.
Io a potare non c’andavo manco quando a potare erano mio padre e i suoi compari. Con mio padre litigavo spesso perché la campagna mi piaceva, ma solo come luogo di villeggiatura, un paio di giorni al mese a rincorrere le lucertole, a cercare i nidi dei passeri tra le viti, a sbirciare le cosce delle matrone dell’Ufita chine sul pizzuco, con le calze autoreggenti spesse come la cotica e dello stesso colore, che stimolavano la mia immaginazione.
Con Luisa, l’immaginazione seguiva un’altra strada e l’approdo era sempre un silenzio imbarazzato e rosso. Le parole immaginate, disegnate e taciute divennero poi, canzoni perfino peggiori di quelle degli Spacca Il Silenzio, canzoni che accompagnavo con percussioni suonate sugli stessi fusti di pittura acrilica. Durò un paio di anni. Poi i fusti finirono con lo sfondarsi e quanto ad imbiancare nuovamente le pareti di casa, mio padre non ne ne vedeva l’urgenza nonostante il focolare avesse disegnato le pinturas negras sul soffitto e io temessi che Gort tornando affamato dal lavoro, mi divorasse insieme agli altri figli, come Saturno se di Saturno si fosse conservato il ricordo e non lo si avesse ogni giorno contro. Cessai di scrivere canzoni d’amore dopo che Marco, il mio compagno di banco delle medie, decise di porre un termine alla mia timidezza parlando di me a Luisa e ridendo di me con Luisa, immagino, e dopo che a Casale arrivò una ragazza con la pelle ramata dell’equatore, un culo grosso come l’America latina, una vite sottile con un istmo, un seno grande come il Texas e due occhi neri come il lutto che portava da quando le era morto il padre in una cava.
Non so perché Amalia si innamorò di me, cosa ci trovasse in quel ragazzo brufoloso e timido, improbabile come Sampei, vestito degli scarti dei cartoon, non quelli a colori dei miei compagni ma quelli in bianco e nero della nostra televisione, che non sai mai se mettere tra la carta o la plastica, buttare nell’indifferenziata o portare al sindaco per le istruzioni, e con i capelli che Michele lo Barbiere aveva pensato infine, di fissare con la lacca dopo che si erano imbizzarriti sul cavalluccio di ferro. L’effetto era quello della Fiat Multipla, salvo che nelle foto. Nelle foto abbiamo le camice colorate, stretti jeans e larghi maglioni questa è la moda dei giovani boni, e i capelli cotonati, ma nelle foto non c’è il vento e la pioggia e la vita che ci rimaneva impigliata e si impappinava ed è allora possibile fingere che stiamo tutti benissimo e che la nostra età abbia qualcosa da insegnare alle nuove generazioni.
Amalia l’andai a prendere parecchi anni dopo con la Fiat Tipo che aveva il turbo e quando spingevo il piede sull’acceleratore, Amalia finiva sul sedile posteriore. Parecchi anni più tardi, io avevo sviluppato abbastanza perversioni per pensare che il sesso potesse bastare a qualche risposta e Amalia aveva scoperto i tacchi a spillo in qualche Vangelo apocrifo.
Quando eravamo sul divano di casa, Amalia mi guardava innamorata, ancora più quando io parlavo di astrofisica e lei non ci capiva nulla e si perdeva tra stelle e gatti che non sai se sono vivi o morti o entrambi, e finiva per pensare che fossi innamorato anch’io, specie quando strabuzzava gli occhi nei miei sporcando le lenzuola di nero. Non per l’inchiostro con il quale non aveva grande familiarità, ma per il colore dei capelli che si tingeva a casa per risparmiare e che aveva tagliato dopo che avevano cominciato a cadere, costringendomi all’aspirapolvere ogni volta che andava via. Cosa che detestavo più dei laghi glabri di vecchiaia che spiavo inorridito sulla sua nuca quando la prendevo da dietro. Avevo orrore di lei, della proiezione della sua nudità che immaginavo tra qualche anno al mattino, con il fiato che puzzava dei noodles[1] della sera prima e i piedi senza la maschera dei tacchi a spillo, e avevo orrore della mia quando me ne specchiavo.
Credo che Amalia avesse pensato fosse possibile condividere e mischiare le nostre solitudini. Io alla mia tengo molto. E’ la porta verso la malinconia e la malinconia un modo intelligente di essere allegri, dunque non è mai tristezza. E visto che la malinconia mi prende fin troppo, sono felice quando c’è da esserlo, evitando le ipocrisie e le feste che per Amalia erano invece una faccenda assai importante.
Le feste a Sturno sono quelle del calendario di Frate Indovino che mia madre tiene affisso in cucina, vicino al frigo, inchiodato al muro sotto un’icona della Madonna di Pompei. Per mia madre quelle pagine sono ancora importanti nonostante la vecchiaia che ha inaridito l’orto dietro casa, ed i consigli sui lavori da fare in giardino, sempre attuali, segno di una mano attenta a scandire il susseguirsi dei mesi e delle stagioni, di una presenza la cui assenza futura, atterrisce.
Prima non ne avevo consapevolezza. Poi mia madre è finita in ospedale per un heart attack, come provai a spiegare a mia zia canadese poco prima di raggiungerla a Toronto, o qualche altra patologia che non fosse semplicemente stanchezza della vita senza mio padre. Quando mia madre è finita in ospedale, ho guardato quella porta aperta sulle scale nella penombra della notte e ho pensato ad un mondo senza di lei. Ho avuto paura. Non so se il mondo sarà immediatamente peggiore senza di lei o se continuerà semplicemente a peggiorare ogni giorno un poco, solo che sono stanco di sapere che un mondo migliore non è più possibile. Forse solo per nostalgia. Forse per le pagine di Frate Indovino che sono ingiallite già in tipografia e non hanno bisogno di essere invecchiate dalla televisione e dai social.
A Casale, Frate Indovino fino a qualche anno, fa lo consegnava Fra Pasquale, un frate del Convento dei Padri Mercedari di Carpignano. Non so se c’abbia mai parlato, non ne ricordo la voce ma a pensarci oggi, un’immagine rubiconda e immacolata ferma davanti al portone di casa, rammento una sensazione di dolcezza e l’incredulità per un’umiltà resistente. Lo chiamavano il postino della Madonna da quando aveva preso a girare in lungo e in largo l’Irpinia a bordo di un’Ape Piaggio, distribuendo santini e calendari. L’ultima volta che l’ho visto era assai ammalato, incapace e scosso dal morbo di Parkinson, ma quell’ultima immagine non ne ha alterato il disegno, l’immagine precedente alla compassione della malattia ed al perdono della vecchiaia, satura d’un azzurro luminoso e di una siepe rigogliosa e di una tunica di color bianco giallognolo sulla quale mettere a fuoco quando suonava il campanello di casa. L’ultima volta che l’ho visto, ero entrato nel Santuario che è attiguo al Convento, cercando mia madre che finita la messa, s’era persa nell’elenco dei requiem e degli anniversari da commemorare e pagare, e stava contrattando con Fra Michele la strada del ritorno.
Come il santuario della Madonna del Buon Consiglio dei Frati Francescani dell’Immacolata, un nome che è già sufficiente alla penitenza, anche il Santuario di Santa Maria di Carpignano è stato edificato nel luogo in cui centinaia di anni fa, il solito pastorello aveva trovato un ritratto della Vergine e l’occasione di una festa. Oggi non sarebbe possibile. Di pastori non ne sono rimasti salvo uno dalla parti di Grottaminarda e quanto alla Vergine Maria, è probabile che scatterebbe un selfie, lo condividerebbe sui social, controllerebbe i like in modo da essere accorta nel dispensare ammende e grazie, e l’indomani a capo con un nuovo racconto frammentato in un eterno presente.
A Casale, per non farsi mancare nulla, gli ultimi selfie litigavano sul camposanto e sull’asilo, se fosse giusto andare al camposanto con i fiori di novembre o se i morti bisognerebbe ricordarli ogni giorno un poco, se i bambini meritassero colori migliori di quelli sbiaditi e insipidi del cane quando fuje, quelli dei mattonicini della Lego, quelli del campo di pallone ad agosto, quelli degli studi dei dentisti dai quali vorresti fuggire e che invece ti curano il padre per stitichezza quando invece ha un cancro al culo.
Siamo bugie del tempo, pensavo e questo pensiero me lo facevo bastare. Poi ho visto i tuoi occhi sorridere nei miei, i miei specchiarsi nei tuoi come nell’oceano di fronte a Essaouira. Ho sognato di essere un gabbiano, di viverti con il mare innanzi e una casa dove tornare. E ora, sotto una Luna che mi chiedo se sia la stessa che stai guardando tu, sogno di te. E mi sento quasi in colpa per avere un’ora diversa, ancora una volta senza te, ancora una volta guardando gli altri baciarsi davanti al gate di un qualche aeroporto, in partenza per una vita che non sia un carcere, o passeggiare abbracciati sui Campi Elisi.
La prima volta che ebbi consapevolezza di te è stato appunto sui Campi Elisi. Ero all’interno di una pâtisserie. Avevo ordinato un caffè. Tu eri di lato, un jeans e una maglia nera, i capelli rossi del ‘68. Io pensai che eri bellissima e mi scottai le labbra vicino alla tazzina bollente. La donna dietro al bancone mi sorrideva tristemente. Aveva sposato lo chef pâtissier, un uomo assai più vecchio di lui, scuro come una crema alla nocciola, storto e bitorzoluto come i dolci di Carnevale, che l’aveva messa incinta il giorno delle ceneri e sposata a novembre, quando il mondo ha scordato le margherite e i fiori in chiesa, e ogni petalo ricorda i crisantemi. Penso avrebbe voluto qualcuno che la guardava come io guardavo te e ne avesse perso la speranza vedendosi riflessa negli occhiali spessi e miopi del marito quando egli era sopra di lei. Io ti guardavo e pensavo ad un’orchidea.
Sapeva che la sua Phalaenopsis dopo la fioritura, con una pausa di riposo per la pianta di circa sei mesi, può essere fatta fiorire di nuovo?
Marco, dopo essersi curato il suo con il sacramento del matrimonio mi accusava di avere un disturbo affettivo, non so di quale genere. Credo dipenda dal sistema di riferimento, come nella relatività che mi sbatte tra dieci diversi sistemi stellari e rende le stagioni una faccenda da indovinare, roba da profeti. Le stelle più calde sono blu e durano pochissimo, l’età dell’oro, un battito di ciglia, manco il tempo di scrutarne gli occhi, quelle brune sono le più fredde ma durano di più, ti scavano dentro, come l’inverno lucano.
Brunettes are fine and blondes are fun but when it comes to getting a dirty job done, it takes a Red Headed Woman, yeah, I said I’m looking for a Red Headed Woman
Per Marco, le donne sono diventate un affare scontato. La bisnonna di Marco faceva la domestica presso uno dei notabili della zona, e ne rimase incinta. Il nonno di Marco ereditò qualche soldo, non le terre che rendevano ricchi e non il titolo che ti faceva guardare con rispetto più del prete, del maestro elementare e del maresciallo dei carabinieri. Marco tuttavia, pensava di avere qualche quarto di sangue blu e le donne le trattava da domestiche. Finiti i soldi, ha sposato una donna che i soldi ce li aveva di suo. L’ha messa incinta due volte, la seconda per sbaglio dopo che la prima gravidanza s’era interrotta prematuramente. Mi ha invitato a cena qualche mese fa. La moglie, Anna, ingrassata di rimproveri e urla, mi ha accolto con gentilezza ma per il resto, non ha proferito parola. Anna ha confidato ad una sua amica di come Marco abbia provato a strangolarla sotto la doccia. Il racconto che girando di bocca in bocca si è arricchito di dettagli e ha finito per avere la trama di Psico ma senza il coltello ed il telo della doccia, mi ha fatto rabbrividire. Credo che Marco ne sia pure capace ma non per un carattere incline alla violenza, essendo anzi piuttosto pavido, quanto piuttosto per scelta politica. Fino a qualche decennio fa la politica ammazzava di rado, oggi invece a forza di litigare in televisione e sui social, è diventata un abito ed un carattere e quando non finisce nella pagina della cronaca nera e dei necrologi, inimica. Penso che ad essere amico di Marco, si finisca per avvalorare l’idea di una qualche comunione, di una vicinanza di idee e sentimenti. E c’è quasi da offendersi.
Io infatti la comunione non la prendo da una vita. Preferisco ormai starmene seduto sul divano, con la vaschetta di cartone argentato riscaldata dal microonde sulle ginocchia che dopo qualche secondo bruciano, un bicchiere di vino sul tavolino di finta noce, pieno di libri che non so quando leggerò, e il mondo in mano, un atlante di viaggi, una fotografia di qualche posto lontano che ogni giorno si allontana un poco e va via.
Amo le persone che ho fotografato, le loro rughe, i loro sorrisi, i loro denti d’oro. Come quello di Ianis, a Zante. Ianis aveva la moglie in ospedale, ad Atene, il figlio che faceva il militare , e due figlie nel fiore degli anni, Anthonia che delle donna aveva le forme rotonde, e Irina, secca come il dente di un pettine. Anthonia è stata la mia password per il matrimonio, il sogno prima del carcere, la stessa sensazione che ho provato qualche volta in un aeroporto vuoto, ore prima dell’imbarco per tornare a casa, con qualche aereo che parte e qualche altro che arriva oltre le vetrate. Ma avevo fatto il biglietto. Enter e mi sono ritrovato marito. In un qualche modo, anche se la gran parte di loro non l’ho conosciuta se non per qualche minuto, spesso frettoloso e straniero, o non l’ho conosciuta affatto, con le persone che ho fotografato siamo diventati amici. E’ l’unico contatto che mi pare autentico, mentre il mondo cade a pezzi e gli occhi mi scavano sempre più dentro la testa. Non capita spesso tuttavia.
E’ capitato l’ultima volta, ieri. Lui aveva una bicicletta con la foto di Marylin Monroe attaccata davanti, appena sopra il faro, antico ed enorme, non quelli cinesi che si caricano alle porte USB e che ci si ricorda di caricare quando è troppo tardi per evitare di sfracellarsi in una buca, quella di Betty Boop vicino al sellino insieme a qualche verso che aveva sentito più suo, e Sabrina Salerno come targa, ci mancherebbe. Si chiama Joe ma forse è solo uno pseudonimo che s’é dato per assomigliare a qualche divo di Hollywood, e sembra un reduce del Vietnam se non fosse che a Casale il Vietnam è qualche partita di calcio con Gesualdo o Grottaminarda e Joe solo uno dei tanti che il mondo ha escluso per non sentirne la voce e questo strano dolore.
Joe è diabetico. Parecchi anni fa, faceva il giardiniere, tagliava l’erba dei prati, potava siepi e ulivi ornamentali che a Casale vengono tutti da una mia terra, sradicati dopo che il Comune l’ha espropriata per ampliare il camposanto e abbellire il giardino di qualche consigliere comunale. Il lavoro andava bene, Joe aveva messo un poco di soldi da parte, rimodernato la casa che gli aveva lasciato il padre ed il terremoto del ‘60, e sposato Filomena che aveva corteggiato per una vita intera, durante le feste e la domenica mattina dopo la messa delle 11, e che se Joe non avesse sposato, sarebbe rimasta zitella per usucapione. La nuda proprietà l’aveva donata una sera d’estate al campo di Michele Frisiello dove si era appartata non si sa con chi anche se si sospetta. A Casale davano Giuro che ti amo in piazza San Michele, proiettato sul grande telo bianco del cinema all’aperto. C’erano le bancarelle delle noccioline americane e dei tatuni e i sorrisi in volto. Filomena immagino lo guardasse con il sorriso in volto mentre era sotto di lui. Al campo di Michele Frisiello luce non ce n’era, solo castagni altissimi e una discesa scoscesa dove appartarsi. Joe aveva sospettato che Filomena fosse incinta la notte delle nozze, quando le aveva slacciato il corpetto e la pancia di Filomena era esplosa come la pasta lievitata per il pane quando la si libera dalle coperte di lana. Si era tenuto il bambino e le corna per amore e per evitare lo scandalo perché a Casale i preti sono sempre preti e non se ne parla male nemmeno, non in pubblico almeno. Litigavano spesso. Filomena infine, se n’era andata portandosi via il bambino e il conto in banca. Joe aveva preso a bere, cosa che pare non vada d’accordo con il diabete e un sabato mattina, davanti alla statua di Padre Pio aveva avuto una crisi, accasciandosi a terra. La gente era accorsa tanto numerosa che Vicienzo Lo Copetaro aveva spostato la bancarella e lo copeto di qualche metro, sperando che le cose andassero per le lunghe come capita quando chiami il 118 e ci fosse il secondo tempo per i commenti. Joe intanto aveva chiesto una banana. A Casale, chiedere una banana è pericoloso quasi quanto divorziare e c’è sempre qualcuno che pensa di essere spiritoso e ti chiede se ti piace.
Il più spiritoso di tutti l’ho incontrato qualche giorno fa a La Cappella. Non pensate a male. La Cappella è una strada di un paio di chilometri che corre a metà tra gli ultimi tetti di Casale e la corona del Monte Fato. Si chiama così perché comincia con la cappella della Madonna della Neve che fino a qualche anno fa si festeggiava tra le auto parcheggiate, con qualche gloria la mattina e qualche palpatina veloce ed effimera la sera. Di giorno, i Casalesi, quando non stanno stesi, la usano per lo sport e le passeggiate a passo veloce, specialmente la domenica, dopo il pranzo che inizia all’una e finisce quando zi Luicio s’addormenta con la testa accomodata sul tavolo e le braccia piegate per formare giacigli o nidi dove sognare.
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