Namasté

Studium e punctum. Il rigore, la coerenza stilistica, nella fotografia, come nella scrittura, e le emozioni che la fotografia e la scrittura evocano sono un discorso aperto, un discorso che riguarda, per usare un binomio abusato, e violentato, lo studium, l’informazione che un qualsiasi linguaggio offre, il messaggio intenzionale dell’autore, e il punctum, la ferita che il linguaggio mi provoca. Ogni diversa forma di linguaggio, quale che sia la porta attraverso la quale i dati sensoriali vengono acquisiti, produce informazioni che non vengono semplicemente apprese, ma sono integrate con informazioni già acquisite e archiviate in memoria: il punctum è il risultato empatico di questa integrazione, è una carne aperta che non appartiene né all’autore né allo spettatore ma è inscritta nella loro relazione.

Due anni fa parlavo di studium e di punctum con Ermana a Combray davanti ad una tazza di te. Ermana è conservatrice. Indossava una pullover con lo scollo a V e una camicia bianca appena aperta sulla carne del petto. Io per contro cercavo un mio spazio tra i braccioli d’un poltrona giocherellando con i bottoni della camicia: la preferisco con le maniche lunghe, una foggia irrinunciabile, ma slacciata. Ma slacciata quanto? Non era la prima volta che parlavamo di studium e punctum, senza che i nostri opposti punti di vista conducessero ad un risultato diverso dalla mia irrequietezza, e dal suo fastidio malcelato. Seduto in una poltrona che di fronte a lei mi pare sempre troppo angusta, meccanicamente mi portai alle labbra “un cucchiaio di tè nel quale avevo lasciato che s’ammorbidisse un pezzetto di madeleine. Ma nello stesso istante in cui il liquido al quale erano mischiate le briciole del dolce raggiunse il mio palato, io trasalii, attratto da qualcosa di straordinario che accadeva dentro di me. Una deliziosa voluttà mi aveva invaso, isolata, staccata da qualsiasi nozione della sua causa”: lo studium e il punctum nelle parole di Proust.

“Scrivi da ubriaco, correggi da sobrio” consigliava Hemingway. Non so se da ubriaco riuscirei a scattare qualche foto migliore di questa. Lei è Surama, una bambina nepalese di meno di 3 anni. E’ uno dei ritratti scelti per I vecchi e i giovani. I vecchi e I giovani (The elders and the youth) is a novel by the Italian writer Luigi Pirandello. The novel is set in post-unification Italy, in an Italy that was looking for a path to modernity among the wrinkles of a world that assigned each person their own place from the cradle to the grave, and the confused promises of the new one. Today, Nepal seems to me to have reached the same crossroads, after the end of the monarchy, and of the castes, just ten years ago, and in the middle of a wild urbanization, lost between the attachment to traditions, and the satellite dishes. Kathmandu is the mirror of this loss, a modern medieval metropolis where everything seems both chaotic and geometric, poor according to the parameters of modernity, and full of millennial stories, beautiful like the life that flows in the street from the open doors of its houses, and ugly like the holes, the dust, and the smog that can not push it back inside. Kathmandu is a saturation of senses, colors, smells, and tastes between the scars of the recent earthquake: everything moves and everything seems to be still. “Under the vivacity of the clothes and the noisy joy of the bazaars hides like an anguish, the harbinger of an ill-fated sulk of nature”, wrote Giuseppe Tucci, an Italian traveler and student of the Far East. That omen, that anguish I saw in the eyes of the old men. And I saw hope in the eyes of the youth. I preferred the portraits, choosing those that left more in the shade the background, constantly changing, and accentuated the contrasts because in Nepal the contrast has found a home. And, I believe that black and white, the renunciation of that saturation of meaning, makes it possible to discover a different meaning, at least to imagine it: the sense of the stories of which history is made, the smiles of the young people, and that shimmer in the corners of the eyes of the old ones.

Non riesco a trovare ancora quello spazio, ne sono consapevole. Ogni poltrona è sempre troppo angusta. L’idea del contrasto è un’idea interessante e di ampia portata, che le immagini rendono bene nel contenuto ma forse un po’ meno bene sul piano estetico. In altre parole, mi dicono, ho scelto con cura i miei soggetti e ho saputo ben interagire con loro al fine di ritrarli; ma non sempre, dal punto di vista formale, i ritratti sono convincenti; in generale, poi, non vi è grande uniformità estetica nella selezione di scatti”.

Lo studium già. Ho una finestra nel mio studio, posta un poco più in alto del livello della strada, dalla quale si vede pochissimo del mondo: qualche ingannevole ramo d’ulivo, il cranio luccicante d’un vecchio lampione, e i fili dell’elettricità. Ogni volta lo studium vacilla nel rumore stanco dei passi di chi s’inerpica sui sampietrini d’una vita in salita, e ogni volta termina su quei fili, morendo di luoghi lontani. Surama è proprio all’altro capo di quei fili. Se mi affretto posso raggiungerla nell’ultimo sogno prima dell’alba, e chiederle cosa volesse dirmi con quegli occhi grandissimi, profondi come il cielo d’un buco nero, se fosse curiosità, o volesse rimproverarmi perché “i bambini non dovrebbero essere fotografati dall’alto”. Tuttavia, “qui invece il punto di vista conduce a un risultato sorprendente; questa bambina sembra una creatura aliena e fuori dall’ordinario, grazie anche all’intensità dell’espressione che hai saputo cogliere”. Studium o punctum?

In fotografia l’inquadratura rappresenta il contesto, il punto, le linee, e le curve corrispondono al vocabolario, i principi della composizione, il contrasto, la relazione tra il primo piano e lo sfondo, la tensione tra gli elementi sono la grammatica, e il modo in cui le forme si legano o si urtano per dare vita ad una immagine è la sintassi: convenzionale o originale? Semplicità o complessità? Chiarezza o ambiguità? Ci sarà un momento in cui tutte queste domande, e tutte le risposte sbagliate che ho dato, gli esercizi di respirazione che ho ripetuto, la calma che mi sono imposto, il ripasso della regola dei terzi, il coraggio della vicinanza, le riletture, le parole cancellate, i sinonimi e i contrari trasformeranno la lente dell’obiettivo in un’estensione del cristallino, e la penna in un’estensione del mio braccio? Perché “il tiro con l’arco non mira in nessun caso a conseguire qualcosa d’esterno, con arco e freccia, ma d’interno e con se stesso. Arco e freccia sono per così dire solo un pretesto per qualcosa che potrebbe accadere anche senza di essi, solo la via verso una meta, non la meta stessa, solo supporti per il salto ultimo e decisivo”.

Per il momento il momento referenziale della fotografia e della scrittura, quel momento in cui la fotografia diventa opera e la scrittura racconto “comporta lo stesso genere di noie di un matrimonio o di un funerale”, per dirla con le parole di Cioran. La post-produzione delle mie fotografie e dei miei pensieri mi annoia, e mi tradisce. E tradisce Surama, il buco nero dei suoi occhi, uno sguardo ad un Dio che contempla la sua creazione, una sospensione del tempo che dura un clic, e che non può essere raccontata, solo pensata. Kalos non è qualcosa che ha a che fare con le qualità estetiche: “il bello non coincide con ciò che piace soggettivamente, ma neppure si identifica con alcuni requisiti oggettivi, come l’armonia, l’equilibrio, la simmetria”, dice Umberto Curi. Bello non è qualcosa di intrinsecamente tale, ma è qualcosa che rinvia ad altro, qualcosa che non è definibile e non può essere detto se non in una lingua di cui s’è dimenticato il suono, qualcosa che permette l'”uscita impetuosa delle emozioni”, dell’ Eros e del Thanatos. Punctum!


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